“Perché mi capita sempre la stessa cosa?” Le tentate soluzioni disfunzionali

psicologo bravo roma

Cosa sono le tentante soluzioni disfunzionali?

“Perché finisco in rimuginii continui e implacabili?”
“Perché le mie relazioni finiscono sempre male?”
“Perché sono imprigionato da anni in questa gabbia di tristezza e pessimismo?”

Ti chiedi mai qualcosa di simile? O qualcos’altro, come: “Perché quando vado a dare gli esami/quando devo parlare in pubblico mi agito sempre?” o “Perché sono sempre convinto che qualunque segnale del mio corpo sia il preludio a una grave malattia?”.

Insomma, perché ti capita sempre la stessa cosa, in un certo ambito della tua vita (ad esempio l’ambito relazionale, quello lavorativo, o quello più personale e soggettivo), o più di uno?

Le teorie psicologiche al riguardo si sprecano, e non cercherò certo di fare una sintesi. Ti dirò piuttosto come lavoro io, cioè a quale di queste teorie faccio riferimento. Una teoria molto pragmatica e concreta, che più che indagare sulle presunte cause passate, si concentra su “perché ancora oggi ti succede questo” e su come interrompere questo meccanismo.

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Storie: la paura di sbagliare al lavoro

Psicologo a Monterotondo

La paura di sbagliare è molto comune e fa vivere in un continuo stato di tensione

Questa settimana torno con una Storia, cioè un caso tratto da un libro di psicoterapia.

Il tema è la paura di sbagliare, specialmente al lavoro. Si tratta di una paura molto comune e diffusa, forse oggi più di prima, dato che viviamo in un’epoca dove l’efficienza tecnologica e produttiva sono dei nuovi valori – e a volte dei vizi, come dimostrano problematiche quale il workaholism.

Gli autori, ricercatori e terapeuti del Mental Research Institute e del Brief Therapy Center di Palo Alto, che in quegli anni sistematizzarono l’approccio di terapia breve alla cura dei disturbi mentali, dei problemi personali e relazionali, e anche solo delle difficoltà della vita di tutti i giorni, utilizzano la forza del sintomo contro se stesso, mostrando all’epoca (il libro è del 1974) come è esattamente ciò che stava facendo la protagonista a mantenere il problema stesso (tecnicamente si parla di “tentate soluzioni disfunzionali“).

In questo caso, chiedere alla donna di fare deliberatamente e volontariamente ciò di cui aveva più paura (sbagliare), portò a un miglioramento decisivo: la paura di fare un grave errore scomparve in una sola seduta, poiché la mente aveva smesso di focalizzarsi su di essa. Il tutto, senza ricorrere a esplorazioni dell’inconscio o di presunte dinamiche passate.

Buona lettura,

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

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Si può controllare la paura?

Con la paura il controllo razionale è difficile

Con la paura il controllo razionale è difficile

L’ho detto diverse volte: quando hai paura il controllo razionale non basta.

Pensaci: se di fronte alla tigre coi denti a sciabola i nostri antenati si fossero fermati a dire “Mmm, cosa mi conviene fare, scappo a sinistra o scappo a destra?”, a quest’ora la nostra razza sarebbe digerita ed estinta.

La paura, come insegna un libro come Oltre i limiti della paura, è una sensazione fondamentale e pensare di “fregarla” con la razionalità equivale a pensare di vincere una guerra sparando petardi e miccette.

Ma, allora, come si fa a controllare la paura?
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Perché abbiamo paura di cambiare

Psicologo a Monterotondo

Rispetto al cambiamento sono evocative le parole che disse Annibale: “O troveremo una strada, o ne costruiremo una”.

Il cambiamento fa paura.
Fosse per noi, metteremmo una firma per far rimanere le cose così come sono.

«Ti sbagli».
Ah sì?
«Due volte!».
Addirittura? Spiegami.
«
Ti sbagli la prima volta perché io amo il cambiamento: odio la staticità e ho sempre bisogno di nuovi stimoli, di nuove esperienze, di sensazioni differenti».
Mmm, continua.
«Ti sbagli la seconda volta, perché se mi trovo in una brutta situazione o in un brutto periodo… come potrei desiderare che rimanga tale?».
Giusto, ottime osservazioni, eppure… non mi contraddicono.

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Credevi di aver risolto un problema?

Voglio condividere un’esperienza di queste settimane.

Una coppia di miei amici ha comprato una casa nuova ed è andata ad abitarci da un mese. Ha un panorama mozzafiato: è all’ultimo piano e gli ampi balconi si affacciano su tre lati dell’edificio, dominando tutto il paese circostante, con la sensazione d’essere sulla vetta di un monte. Questo è uno dei motivi determinanti che li ha spinti a comprarla; finora avevano sempre vissuto al piano terra e l’idea di avere un panorama – bellissimo, tra l’altro – da ammirare ogni giorno li ha stuzzicati.
Con l’arrivo della brutta stagione, però, sono arrivate anche le sorprese. Eravamo da loro a cena per festeggiare la fine dei lavori e a un certo punto sento un fischio fortissimo, seguito da un ululato agghiacciante. Quando guardo allibito i miei amici questi, sospirando, alzano le spalle: “Questo è il problema di vivere all’ultimo piano e di non avere attorno nessun altro edificio abbastanza alto da ripararti“. Mi spiegano così che questo problema si manifesta in diverse forme. Ad esempio si crea una corrente fortissima ogni volta che aprono due finestre, che finiscono per sbattere violentemente. I grandi balconi, inoltre, sono un problema per lo stendipanni mobile, che finisce sempre per essere scaraventato in terra.

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaRiflettendo su queste situazioni mi è venuto in mente il collegamento a un aspetto molto noto in psicologia, che in realtà attraversa qualunque campo: ogni volta che troviamo la soluzione a un problema, come ad esempio comprare una casa più adatta alle nostre esigenze, si presentano altri problemi connessi proprio a quella soluzione. Come dire che ogni soluzione a un problema comporta dei nuovi problemi.

Gli aspetti e le implicazioni di questa realtà sono stati esaminati in più ambiti e con diverse lenti. Paul Watzlawick, ad esempio, studiò il fenomeno delle iper-soluzioni, quelle soluzioni a problemi – o presunti tali – che, per la loro eccessività, finiscono per complicare ancora di più il problema, o per crearne uno nuovo ancora più grande.
Un’altra versione è quella riassumibile nella frase che Bob Marley cantava in Satisfy My Soul, quando diceva: “In every little action there is a reaction“, che più genericamente sottolinea il fatto che a un’azione ne conseguano altre.

E quindi? Che si fa? Rimaniamo immobili e smettiamo di risolvere i problemi per paura delle conseguenze?
Certo, a volte sembrerebbe la migliore delle alternative, perché ti dà l’illusione del controllo.
A mio avviso uno dei proverbi più efficaci nel descrivere la psicologia dell’uomo è: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa cosa perde, ma non sa cosa trova”. L’uomo non ama  l’incertezza, vorrebbe il controllo su tutto, o quantomeno su ciò che più gli sta a cuore, che più gli interessa. Non è un caso, ad esempio, che una delle paure più associate agli attacchi di panico è quella di perdere il controllo.

Ma l’evoluzione è fatta di soluzioni a problemi, le quali hanno generato nuovi problemi a cui abbiamo trovato nuove soluzioni. E questo vale tanto per l’umanità in generale, quanto per ogni singolo uomo. Imparare a camminare vuol dire cominciare a vivere l’esperienza di un’esplorazione attiva, con tutti i pericoli che può comportare; eppure, proprio affrontando quei pericoli, guardando la paura in faccia e sconfiggendola, possiamo andare oltre e raggiungere i nostri obiettivi, le nostre mete, ciò che desideriamo per stare bene, per essere soddisfatti, per sentirci appagati.

Ogni traguardo sposta l’asticella più in alto, comportando una nuova meta da raggiungere; ma implica anche che tutto ciò che abbiamo alle spalle, l’abbiamo affrontato e superato, includendolo nel nostro bagaglio di esperienze.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Watzlawick, P.
(1986). Di bene in peggio. Milano: Feltrinelli, 1987.

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Più ci provo, meno ci riesco

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaUn concetto che si è affacciato negli anni ’70 in psicoterapia, per poi entrare stabilmente nel trattamento di problemi di ogni genere (da semplici difficoltà a patologie invalidanti), è quello di Tentata Soluzione Disfunzionale.

Watzlawick e i colleghi di Palo Alto, presso il Brief Therapy Center, osservarono i modi in cui tentiamo di risolvere un problema o una difficoltà, scoprendo che spesso anziché cambiare quelle soluzioni che non funzionano insistiamo ad applicarle costantemente.
Perché?
Magari perché hanno avuto successo in passato, o perché hanno avuto successo in altre situazioni, o perché ne variamo la forma senza accorgerci che la sostanza è rimasta la stessa.

Il concetto di Tentata Soluzione Disfunzionale portò un cambiamento di metodologia importante e innovativo. Frutto di studi approfonditi dei sistemi cibernetici (cioè di tutti quei sistemi capaci di autoregolarsi e autorganizzarsi, come ovviamente sono gli esseri umani) e di costanti ricerche e applicazioni nel campo della psicoterapia, questo costrutto portò a una prima importante forma di intervento: analizzare e bloccare i tentativi di soluzione ridondanti che non funzionano. Proprio questi, infatti, possono mantenere se non addirittura complicare il problema.
E questo è vero a più livelli.

Pensiamo ad esempio alla storiella dell’ubriacone che, di notte, cerca le chiavi di casa sotto un lampione. Un signore si ferma, chiede qual è il problema e decide di aiutarlo. Dopo un’ora spesa inutilmente a cercare, il signore domanda spazientito:
Ma è proprio sicuro di averle perse qui, le chiavi?“.
Certo che no“, risponde l’ubriaco. “Le ho perse tre metri più avanti, ma lì è troppo buio per cercare“.

La storiella è divertente, ma spiega perfettamente il concetto di Tentata Soluzione: convinti di fare il giusto per risolvere un problema continuiamo perseveranti nel nostro tentativo di soluzione, che non porterà a nessun risultato se non al mantenimento della situazione problematica.

Ma anche in casi di vere e proprie problematiche psicologiche troviamo l’applicazione di questo concetto. Pensiamo, ad esempio, al depresso che rinuncia a fare qualunque cosa perché crede di non essere in grado: proprio questa rinuncia, tentativo di soluzione alla sua sofferenza, conferma la sua credenza e accresce la sofferenza stessa.
E anche gli altri possono mettere in atto Tentate Soluzioni Disfunzionali. Ad esempio, con le migliori intenzioni i parenti e gli amici della persona depressa possono dirgli che deve tirarsi su, che non ha nulla per cui essere così afflitto: questo cozzerà col senso di prostrazione del depresso che, sentendosi ancora più incapace, si deprimerà ancora di più.

Che dire poi degli attacchi di panico?
Chi ne soffre, spesso, chiede aiuto ad altri per fare delle cose, o addirittura delega a loro i propri compiti, anche i più semplici, come uscire per delle commissioni. L’aiuto ricevuto, da un lato, manderà un messaggio del tipo “Ti voglio bene, per questo ti aiuto“, ma dall’altro confermerà alla persona che non è capace, che da sola non ce la fa, che la sua situazione è insolvibile.

A volte le Tentate Soluzioni possono essere messe in atto anche per via di influenze sociali e culturali. Oggi è di moda pensare alla famiglia come a un parlamento democratico, dove tutti possono dire la loro con pari diritti. Questo fa sì che i figli vengano “portati in parlamento” con uguale potere decisionale dei genitori, che si sentono quasi in obbligo a dover negoziare ogni loro richiesta, finendo spesso per cedere e dimenticando che i figli non hanno ancora la maturità per prendere lo stesso tipo di decisioni che può prendere un genitore e che hanno bisogno di guide sicure e, spesso, apparentemente dure nelle proprie decisioni.

Nelle relazioni di coppia, poi, una classica Tentata Soluzione è quella messa in atto dal partner che vede il proprio compagno un po’ distante. Per timore di questa distanza cerca di tenerlo più vicino a sé, chiamandolo più spesso al telefono, mandando più sms, chiedendo di uscire più volte. Questo comportamento però potrebbe far sì che l’altro si senta oppresso fino al punto di aumentare la distanza, reazione che farà sì che il partner insista di più con i propri tentativi di vicinanza in un circolo vizioso senza fine.

Il concetto di Tentata Soluzione Disfunzionale è potente perché applicabile in qualunque contesto come lente di ingrandimento, capace di farci vedere cosa stiamo facendo e cosa non funziona. Il fatto che sia riscontrabile in contesti diversi (dalla clinica all’ambito aziendale, dai rapporti istituzionali a quelli di coppia) ne conferma la validità, poiché è ormai noto che ciò che viene chiamato “patologia” non è nient’altro che l’esacerbazione di uno stato altrimenti normale. Come a dire: non è patologica la cosa in sé, ma sono indici quali la frequenza, l’intensità, la durata ecc. a rendere una cosa patologica o meno.
Analizzare e agire sulle Tentate Soluzioni è il primo strumento a disposizione di chiunque per cambiare una situazione problematica, producendo un primo significativo cambiamento che possa aprire la porta d’accesso al cambiamento globale del sistema.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Watzlawick, P.
(2007). Guardarsi dentro rende ciechi. Milano: Ponte alle Grazie.

Watzlawick, P., Weakland, J., Fish, R. (1974). Change. La formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.

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La paura è una delle sensazioni fondamentali dell’uomo, senza di essa i nostri lontani parenti sarebbero stati divorati dalle belve – e noi non saremmo qui a dire che la paura è una sensazione fondamentale. Di fronte a stimoli che riteniamo pericolosi, spaventosi, temibili il nostro corpo si attiva immediatamente: prima ancora di capire perché hai paura, la provi. Frequenza respiratoria aumentata, battito cardiaco accelerato, pupille dilatate… sono alcune delle reazioni che il nostro Sistema Nervoso Simpatico attua nell’insieme delle “risposte di attacco-fuga”, che ci preparano all’evento minaccioso.

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