L’importanza degli “obiettivi sfidanti” – (Un)Common Life #2

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Seconda parte di (Un)Common Life.

Cosa significa darsi un “obiettivo sfidante“?

La prima parte di (Un)Common Life, dedicata a come organizzare i propri obiettivi e che puoi vedere qui, ad oggi ha superato le 1000 visualizzazioni tra i vari media: un piccolo ma soddisfacente risultato per il mio primo esperimento con i video.

In questa seconda parte esaminiamo come Fabio, passato da lavapiatti a manager in un anno*, abbia dato grande valore a 2 aspetti: darsi delle metriche, cioè delle misure che gli permettessero di valutare quanto stava crescendo, e porsi degli obiettivi sfidanti, cioè leggermente al di sopra delle sue capacità.

Perché?

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Sapersi organizzare in base agli obiettivi – (Un)Common Life #1

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Primo capitolo dell’intervista a Fabio per (Un)Common Life.

Primo capitolo di (Un)Common Life, dopo che il trailer ad oggi ha superato le 300 visualizzazioni tra Facebook e YouTube.

Fabio era un commesso part-time di un supermercato a Roma.
Decide che non gli va più bene, così si organizza, in qualche mese risparmia il più possibile, mette da parte mille euro e parte per Londra: ha solo 30 giorni per trovare un lavoro e mantenerlo

In questo video, dopo una presentazione di ciò che è riuscito a fare (da lavapiatti a manager di successo a Dubai), parliamo di ciò che è stata una costante per lui e per arrivare dov’è ora: sapersi organizzare. Come? Dandosi piccoli obiettivi, molto semplici e concreti, ma da portare sempre e comunque a termine.

Buona visione.


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La morte sospesa, ovvero: avere il giusto atteggiamento mentale

Psicoterapeuta Roma

La storia di Joe Simpson, alpinista sopravvissuto all’incredibile, è una storia sulla forza del giusto atteggiamento mentale

Joe Simpson si sente spacciato.

È un alpinista esperto, ma la sua situazione è tragica. Lui e il suo compagno Simon Yates stavano scalando una parete delle Ande peruviane quando Joe è scivolato fratturandosi il ginocchio. Non potevano fare altro che tornare indietro.

Ma a quel punto l’incidente: la parete da cui scendevano si fa sempre più ripida, poi si apre sotto di loro e Joe precipita nel vuoto. La corda che lo lega a Simon lo salva, ma Joe sbatte la testa e sviene, oscillando nel vuoto, appeso al compagno.

Simon, diversi metri sopra di lui, tenta di tirarlo su, di chiamarlo, di avere un cenno da lui. Niente. Non riesce nemmeno a vederlo. Dopo un’ora e mezza di strenui tentativi, si staglia di fronte a lui con prepotenza l’unico pensiero che cercava di scacciare: Joe è morto. E ora Simon ha una scelta obbligata: o taglia la corda, o morirà congelato anche lui. E alla fine, riluttante, taglia la corda.

Solo che Joe non è morto.
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Qual è il tuo obiettivo?

Psicologo a Roma

Fallire i propri obiettivi dipende spesso dalla mancanza di chiarezza.

Riesci mai a raggiungere i tuoi obiettivi?
Probabilmente sì, d’altronde “mai” è un termine eccessivo.

Quando ci riesci, sai come hai fatto?
«Forza, determinazione, pazienza, motivazione…»
Sì, questi sono degli elementi importanti, ma ce n’è uno che li comanda tutti.
«Quale?»

Stabilire un obiettivo concreto.
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Primo passo: darsi un obiettivo

Porsi un obiettivo

Il primo passo per uscire da un’impasse è disegnare il proprio obiettivo

Cosa puoi fare quando sei in mezzo alla tempesta?

Quando mi telefona qualcuno per chiedere un appuntamento capita spesso che mi rivolga una domanda:
«Quanto dura?».

Studio le terapie brevi da abbastanza tempo per poter rispondere:
«Dipende dal problema, ma di norma tra le 10 e le 20 sedute». Poi aggiungo: «Quello che faremo, di sicuro, sarà darci un obiettivo chiaro in prima seduta, così potremo costantemente verificare a che punto siamo e se stiamo andando nella direzione giusta».

 

A questo proposito, Seneca diceva:

Per chi non sa verso quale porto è diretto, nessun vento è quello giusto.
A chi sa dove andare, tutti i venti sono favorevoli”.

 

Suona scontato, ma… lo è?

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Come scegliere l’obiettivo giusto

Cosa vuoi dalla vita?
Porsi un obiettivoOk, troppo, ridefiniamo: cosa vuoi da una psicoterapia?
Due domande troppo distanti? Eppure possono dirti qualcosa di importante.

Una buona psicoterapia dovrebbe definire chiaramente gli obiettivi da raggiungere.
«Scacciare l’ansia? Liberarsi dalle ossessioni? Superare una storia finita?».
Sì, ma si può fare di meglio. Definire l’obiettivo è il primo passo del problem solving, cioè del processo che porta da un qualunque problema alla sua soluzione.

Spesso vedo persone che dicono: «Voglio stare bene», «Devo superare questo malessere», «Voglio essere felice».
Cosa significano queste frasi? Averle in testa ti porta a essere come un calciatore che corre senza arrivare mai davanti alla porta: il campo sembra infinito, perché non c’è una direzione precisa da prendere.
Quando si sta male si dice di “navigare in cattive acque”, ma già il filosofo Seneca spiegava che: «Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare»«.

«E come faccio a capire qual è il mio porto? Come faccio a capire dove voglio arrivare?».
Nel caso di un percorso terapeutico è lo psicologo ad avere il compito di aiutarti a definire con concretezza il tuo obiettivo. Ma prima di arrivare da lui potresti avere difficoltà quotidiane che hai bisogno di risolvere. Di fronte a esse poniti questa domanda: «Cosa dovrebbe accadere, di concreto, che mi faccia dire dire di aver raggiunto il mio obiettivo?».
La parola chiave in questa frase è “concreto“. Ciò che è necessario, infatti, è stabilire degli elementi chiari, definiti, concreti che ti farebbero capire che il tuo obiettivo è raggiunto. Possono essere comportamenti e atteggiamenti anche molto piccoli e, naturalmente, possono essere più di uno.

Ad esempio, a un uomo che dopo la morte della moglie era caduto in una profonda depressione, posi questa domanda e le sue risposte furono tanto semplici quanto significative: ricominciare a cucinare e a mangiare pasti normali anziché smozzicare cibi precotti in orari improbabili; riprendere a uscire almeno un’ora al giorno; chiamare al telefono un amico. Quando incominciò ad attuare questi propositi iniziarono a venirgli in mente altri elementi, altri obiettivi concreti che, con i suoi tempi, cominciò a mettere in atto. Questo processo fu fondamentale per uscire dalla sua situazione, come una corda gettata dall’alto che, ad ogni metro, lo ha tirato un poco alla volta fuori dalla buca.

«E se a cambiare non devo essere io? Se per dire di aver raggiunto il mio obiettivo deve cambiare qualcun altro?».
Sai, è una domanda semplice, e lo è anche la sua risposta. In tutte le relazioni e interazioni ci sono almeno due attori protagonisti: tu e l’altro. Uno può sembrare dominante, superiore… ma come si fa a dominare senza qualcuno che viene dominato? Come si fa essere superiori se non rispetto a qualcuno che è inferiore? Quindi, se manca uno, manca l’altro, se cambia uno, l’altro cambia.
Di fronte a un atteggiamento dell’altro che ti sembra immodificabile, modifica te stesso: i tuoi comportamenti, i tuoi atteggiamenti, anche quelli piccoli e minimali come un sorriso o un gesto quotidiano. Questi cambiamenti, se mantenuti e consolidati, porteranno un inevitabile cambiamento nei comportamenti dell’altro. La domanda, allora, rimane uguale, ma con una piccola sottolineatura: «Cosa dovrebbe accadere, di concreto, in me, che mi faccia dire di aver raggiunto il mio obiettivo?».

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

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