Le tecniche paradossali in Terapia Breve – Brief! #5

psicoterapeuta bravo romaCome è possibile ottenere un risultato in poco tempo? Uno dei modi usati nelle Terapie Brevi sono le “tecniche paradossali”.

Niente di strano o pericoloso, anzi: gli studi sistematici sono iniziati negli anni ’50, ma si tratta di tecniche utilizzate fin dai primi del ‘900 (Alfred Adler, pupillo di Freud – benché si distaccò dal maestro – fu forse il primo a utilizzarle in psicoterapia) e che a un secolo di distanza vantano un considerevole sostegno dalla ricerca scientifica.

Il principio è quello di mettere il sintomo sotto il controllo della persona. Si tratta di una tecnica incredibilmente efficace, usata in una grande varietà di problemi (ansia, depressione, anoressia, persino certe forme di presunte psicosi), che rende controllabile – e quindi eliminabile – l’incontrollabile.

E se da un lato ci sono le tecniche (terapeutiche) paradossali, dall’altro ci sono comportamenti paradossali che mettiamo in atto ogni giorno senza rendercene conto, e che possono invece causare dei problemi – persino arrivare a provocare dei disturbi.

In questo video cerco di fare una veloce panoramica sia di come i paradossi possano creare problemi, sia di come funzionano le positive tecniche psicoterapeutiche paradossali.

 

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Quando il sintomo parla per noi

Comunicare con il sintomo

Nello scorso articolo abbiamo visto come la non-comunicazione sia impossibile: se ogni comportamento comunica qualcosa è chiara l’impraticabilità di un non-comportamento. Persino se decidessimo di andarcene staremmo paradossalmente comunicando al nostro interlocutore che non abbiamo intenzione di comunicare con lui. Se non si può non-comunicare, allora, cosa succede quando è impossibile, difficile o svantaggioso interrompere o non iniziare una comunicazione?

Nell’articolo della scorsa settimana riportavamo l’esempio di due passeggerei d’aereo, con A che non aveva alcuna intenzione di comunicare con B, pur non potendo di certo saltare da un aereo in volo; ma possiamo far riferimento a esempi più ordinari di “comunicazione obbligata”, ad esempio quella che avviene tra i membri della famiglia, tra insegnante e studenti, tra datore di lavoro e dipendenti, o in tutti quei casi in cui andarsene non è semplice, a meno di non pagarne il prezzo in termini economici, disciplinari, sociali, emotivi…

Come possiamo (non) comunicare in queste situazioni?

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