E’ tutta colpa delle mamme? – Brief! #7

psicologo bravo romaÈ vero che l’origine dei nostri problemi dipende dal rapporto con la figura materna?

Questa era una teoria molto in voga nella prima metà del ‘900, con un picco di studi attorno alla metà del secolo, che portò anche alla teoria della “madre schizofrenogena” elaborata da Freida Fromm-Reichman.

Secondo questa teoria, una madre fredda, egoista, ostile, chiusa alla comunicazione con il bambino, e fortemente manipolatrice, era l’origine della schizofrenia nel figlio.

Sicuramente una madre così (per quante ce ne possano essere!) bene non fa, ma possiamo dire che questo tipo di madre, e in generale il rapporto madre-figlio, sia la causa della schizofrenia o anche solo dei problemi del proprio figlio?
Nel video di oggi parlerò proprio di questo.

Nota: nel video uso il termine “madre schizofrenogenica”… mi sono sbagliato! Chiedo venia :) Il termine corretto è “madre schizofrenogena”.

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Depressione post-parto: sintomi, rimedi… e un test!

psicoterapia breve roma

Cause e rimedi della depressione post-parto.

Dopo il parto ti senti depressa, fai fatica a dormire, hai bassa autostima o senti che il piacere e le energie si sono ridotte? Potresti soffrire di depressione post-partum.

Non è un problema incurabile, anzi: con la terapia breve si può risolvere in pochi incontri, e oggi ti segnalerò anche un test per poter vedere se ne soffri.

Ma prima di tutto va capita una cosa fondamentale: per quanto strano e a volte assurdo, poiché in alcuni casi associato a sentimenti di rabbia o disprezzo verso se stessi o il bambino, è una condizione normale e più comune di quel che si pensa.

E, soprattutto, è superabile.

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Quando aiutare l’altro fa male: l’aiuto accettato-atteso-preteso

psicologo roma

L’aiuto che non aiuta (immagine da Freepik)

Io non sono d’accordo con chi aiuta troppo i figli. E se è per questo, nemmeno con chi aiuta troppo amici, parenti e persino pazienti o utenti di un qualsivoglia servizio.

Ribadisco un punto di vista che oggi sarà sicuramente impopolare, ma che è drasticamente fondamentale per evitare di fare del male senza volerlo: aiutare eccessivamente gli altri è il modo migliore per renderli dei “disabili acquisiti”.

Perdonate il termine forte, ma è così. E oggi parlerò di questo e di una particolare trappola che ho osservato nel mio lavoro: quella dell’aiuto accettato-atteso-preteso.

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Aiutare i genitori ad aiutare i figli

Oggi un’intervista a Giorgio Nardone. Prendendo spunto dal suo libro Aiutare i genitori ad aiutare i figli si parla di problem solving strategico e di logiche del cambiamento.

Buona visione,
Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

Riferimenti: Giorgio Nardone – Aiutare i genitori ad aiutare i figli (Ponte alle Grazie).

 

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Divorziare o stare insieme: cos’è meglio per i figli?

Psicologo a Roma

Molti genitori si chiedono quale sarà l’effetto del divorzio sui figli

Stare insieme o separarsi?
Qual è la scelta migliore per i figli?

Molti genitori hanno questo dubbio ed è facile capire perché. Un uomo e una donna con dei figli hanno almeno due ruoli condivisi: quello da amanti e quello da genitori. E se a un certo punto l’amore viene meno, di certo non porta via con sé il ruolo da genitori.

E allora cosa fare?

Assecondare il bisogno personale di una nuova vita affettiva, o far fronte alla necessità di un bambino piccolo di avere entrambi i genitori presenti?

Gli psicologi hanno difficoltà a trovare una conclusione definitiva, ma qualche risposta ce l’hanno data.

 

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Non riesco ad avere figli

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaC’è un bel libro di Matteo Rampin e Giorgio Nardone che si chiama La mente contro la natura. Parla di disturbi sessuali, ma si concentra su un punto preciso: mente e corpo vanno uniti. Gregory Bateson, antropologo, lo sostenne implicitamente – tant’è che è il padre spirituale della psicologia sistemica, che studia l’individuo inserito in un sistema più complesso.

Così, accade questo: un uomo e una donna provano ad avere un bambino, non ci riescono, stringono i denti e si rivolgono al medico. Provano delle cure, non funzionano e la frustrazione aumenta. Vanno avanti, continuano, e a volte finisce che si lasciano.
Molto schematico, ma purtroppo vero.
Al recente Convegno “Infertilità da stress – Stress da infertilità” si è parlato anche di questo.

Aspetta, vediamo se ho capito dove vuoi andare: l’infertilità è un problema psicologico?
Diciamolo meglio: l’infertilità interessa anche la psicologia.
Se il nostro corpo sta male, la mente non se ne sta lì, ferma, a guardare. Questo a volte ci appare evidente, altre no. Ma rimane un dato di fatto.

Al Convegno si è visto che il 58% delle donne infertili che tentano una cura dichiara di vivere emozioni negative. “Stress da infertilità”. Uno stress talmente grande che 1 coppia su 4 abbandona la terapia. Tanto che Giuseppina Picconeri, ginecologa specialista in medicina della riproduzione, ha detto che “riuscire ad andare incontro alle esigenze psicologiche dei pazienti migliorerebbe notevolmente i livelli di assistenza e, al contempo, contribuirebbe alla diminuzione del fenomeno del cosiddetto drop out (abbandono)” (Fonte: Quotidiano Sanità). Anche la psicologa Alice Domar mostrò che lo stress di una donna infertile e quello di una malata di cancro sono alla pari.
E il rischio può venire anche dal senso opposto: vissuti psicologici negativi possono avere concrete ripercussioni sul corpo. “Infertilità da stress”.

E ora immagina questa coppia, che vuole un figlio ma non ci riesce. Che tenta le cure ma fallisce. E che ci prova per mesi, anche anni. Non stiamo parlando di una vacanza o di un aumento di stipendio: quello che non riescono ad avere è un figlio. La frustrazione è dietro la porta e sono molte le coppie che si separano per questo: vivere insieme sarebbe il coronamento del fallimento.

A volte dobbiamo chiederci se la strada giusta è quella più scontata. Chiederci se la soluzione è una, o se passa per più vie. Un problema del corpo è un problema della mente e può diventare un problema della coppia. A volte basta agire su uno per avere ripercussioni positive sugli altri e per ritrovare una serenità che sembra perduta.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Domar, A., Zuttermeister, P., Friedman, R.
(1993). The Psychological Impact of Infertility: A Comparison With Patients With Other Medical Conditions. In Journal of Psychosomatic Obstetric Gynaecology, 14 Special issue, pp. 45-52

Nardone, G., Rampin, M. (2005). La mente contro la natura. Milano: Ponte alle Grazie.
Quotidiano Sanità (14 marzo 2013). Salute riproduttiva. Lo stress nemico della fertilità.

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Quali regole dare ai figli

La scorsa settimana Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma ho parlato di Janey Hofmann, la mamma che ha regalato al figlio tredicenne un iPhone ponendo 18 regole da seguire, pena il suo ritiro immediato. Oggi vi dirò cosa ne penso.

Prima di tutto facciamo una precisazione: Janey Hofmann è americana.
E questo che vuol dire?
Che sicuramente vede il mondo in modo diverso da un italiano. Non totalmente diverso: un po’.
Come dire: ‘culture diverse uguale mentalità diverse’?
Esatto. Qualunque giudizio deve tener conto di questa condizione, altrimenti rischi di accettare o criticare un modo di fare senza considerare da cosa deriva. I più grandi conflitti socio-culturali derivano spesso da qui…

Detto questo, poniamoci un’altra domanda: servono davvero le regole?
A mio parere le regole servono, ma bisogna vedere quali e come porle. Ci tengo a dire che la mia opinione è generale ed esula un po’ dall’evento specifico: d’altronde non conosco né Janey, né suo figlio, né la loro famiglia. A prescindere da questo, con i figli le regole sono indispensabili: aiutano nel percorso di crescita stabilendo come funziona il mondo, la società, i rapporti con gli altri e quelli con se stessi…

Durante l’adolescenza, però, c’è una nuova contrattazione. L’adolescente non è più un bambino, ma non è nemmeno un adulto. È capace di mettere in discussione le regole con più decisione e cognizione di causa, ma non conosce ancora chiaramente limiti e confini condivisi.
Quindi dargli quelle 18 regole è giusto perché lo aiuta a capirli?
Sicuramente delle regole ci vogliono, che quelle di Janey siano le più giuste è da vedere: d’altronde conosci un manuale di riferimento valido per tutti?

Ma al di là di quali regole dare, mi sembra importante osservare come vengono date. Quella lista di regole ci dice tante cose. Ci dice che Janey ha una grande fiducia in suo figlio e nel fatto che le rispetterà. E ci dice che vuole essere sicura di avere tutto sotto controllo. Ci dice che considera il regalo (e il gesto stesso del regalarlo) molto importante, ma che nonostante la sua fiducia non è certa che il figlio sia abbastanza maturo da saperlo gestire.
Sembra quasi una situazione paradossale
Già… Se ti impongo delle regole vuol dire che non sei in grado di gestirti da solo, ma proprio il fatto di dartele scritte presuppone che tu sappia seguirle – e che quindi ti sappia gestire.

Succede sempre così, quando si danno regole ai figli?
Generalmente no, e forse anche in questo caso non sarà così.
Di solito non diamo una lista di regole a nostro figlio, ma lo seguiamo a distanza e commentiamo con lui. È un po’ come i bollini della televisione: ci sono le cose da bollino verde, che i figli sanno fare tranquillamente da sé, e quelle da bollino rosso, per le quali è necessario l’intervento degli adulti. E poi, la maggior parte delle volte, c’è il bollino giallo: quelle situazioni in cui il genitore è un intermediario, colui che spiega ciò che sta avvenendo, che gli dà un senso, che lo contestualizza, che fa in modo che sia comprensibile per il figlio e per le sue capacità.

Una lista di regole, se data e lasciata lì così, potrebbe non trasmettere alcun valore a Gregory. Dire “Niente porno. Cerca sul web contenuti di cui parleresti anche con me. Se hai domande rispetto a qualsiasi cosa, chiedi a una persona – preferibilmente a me o a papà” non gli spiega un granché sul perché di questa regola, e lui sta entrando proprio nell’età in cui non gli basta più sentirsi dire “Non fare questo”: vuole capire perché. In più la regola stessa da un lato cozza con una naturale tendenza di quell’età rischiando di amplificarla, e dall’altro pone vincoli inaccettabili per qualunque ragazzo: per quanto lo vogliamo, i figli preferiscono, anzi, hanno bisogno di parlare con altri di cose di cui non vogliono parlare coi genitori (e d’altronde succede anche il contrario).

Le riflessioni da fare sarebbero parecchie e potremmo prendere una ad una le regole e vederne pro e contro: anzi, se vorrete commentarle insieme qui sotto mi farà molto piacere. A mio parere, la cosa fondamentale da considerare è che la crescita di un figlio prevede un costante scambio tra lui e i genitori. Scrivere delle regole può essere un utile promemoria, ma a chi dei due servirà di più?

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici:
Nardone, G.
(a cura di). (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Milano: Ponte alle Grazie.

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Le 18 regole della mamma per l’iPhone

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaIl nome di Janell Burley Hofmann ti dice qualcosa?
È la mamma americana che ha regalato al figlio tredicenne un iPhone per Natale, facendogli però sottoscrivere un… contratto!
La prossima settimana scriverò le mie impressioni da un punto di vista psicologico. Intanto, di seguito le 18 regole che Gregory dovrà scrupolosamente  seguire se vuole tenersi stretto il suo nuovo smartphone. Curiosamente, Famiglia Cristiana li ha chiamatiI 18 comandamenti per l’iPhone della mamma“…

Caro Gregory, Buon Natale!

Ora sei il fiero possessore di un iPhone. Accidenti!
Sei un ragazzo di 13 anni capace e responsabile, e ti meriti questo regalo. Ma questo comprende alcune regole.
Leggi bene il seguente contratto. Spero tu capisca che il mio compito è crescerti in modo che tu possa diventare un uomo sano ed equilibrato, che sa stare al mondo e coesistere con la tecnologia, senza esserne dominato.
Se non rispetterai queste regole interromperò la tua condizione di proprietario del telefono.
Ti voglio bene e non vedo l’ora di scambiare con te milioni di messaggi nei prossimi giorni.

1. Il telefono è mio. L’ho comprato io. L’ho pagato io. In sostanza te lo sto prestando. Sono la migliore o no?
2. Saprò sempre la password.
3. Se suona, rispondi: è un telefono. Dì “Ciao”, sii educato. Non provare mai a ignorare una telefonata se sullo schermo vedi scritto “Mamma” o “Papà”. MAI.
4. Consegna prontamente il telefono a uno dei tuoi genitori alle 19:30 dei giorni scolastici e alle 21:00 nei week-end. Verrà spento per la notte e riacceso alle 7:30 del mattino. Se c’è un momento in cui non ti verrebbe da chiamare qualcuno sul suo telefono fisso perché temi che potrebbero rispondere i suoi genitori, allora non farlo o non scrivere messaggi. Dai retta all’istinto e rispetta le altre famiglie, come noi vorremmo essere rispettati.
5. Il telefono non viene a scuola con te. Parlaci un po’ con le persone a cui normalmente mandi messaggi. Fa parte delle cose che si devono imparare nella vita. *Sui giorni in cui esci prima da scuola o i giorni di gita è necessaria una valutazione caso per caso.
6. Se il telefono cade nella tazza del water, va in pezzi cadendo a terra o svanisce nel nulla, sei responsabile del costo di sostituzione o riparazione. Taglia l’erba, fai il babysitter, metti da parte i soldi che ti regalano al compleanno. Se succede devi essere pronto.
7. Non usare la tecnologia per mentire, deridere o ingannare un altro essere umano. Non farti coinvolgere in conversazioni che possono fare del male a qualcun altro. Sii un buon amico e non ti mettere nei guai.
8. Non scrivere in un messaggio o una mail qualcosa che non diresti di persona.
9. Non scrivere in un messaggio o in una mail qualcosa che non diresti in presenza dei tuoi genitori. Cerca di censurarti, stacci attento.
10. Niente porno. Cerca sul web contenuti di cui parleresti anche con me. Se hai domande rispetto a qualsiasi cosa, chiedi a una persona – preferibilmente a me o a papà.
11. Spegnilo, rendilo silenzioso, mettilo via quando sei in pubblico. Specialmente al ristorante, al cinema e mentre parli con un altro essere umano. Non sei una persona maleducata, non permettere all’iPhone di cambiarti.
12. Non inviare e non chiedere foto delle tue parti intime o di quelle di qualcun altro. Non ridere: un giorno sarai tentato di farlo, a dispetto della tua grande intelligenza. È rischioso e potrebbe rovinare la tua vita al liceo, all’Università, o la tua età adulta. La rete è vasta e più potente di te. Ed è difficile far sparire le cose da questo spazio, inclusa una cattiva reputazione.
13. Non fare miliardi di foto e video. Non c’è bisogno di documentare tutto. Vivi le tue esperienze, rimarranno nella tua memoria per l’eternità.
14. Lascia il telefono a casa, qualche volta, e sentiti sicuro di questa decisione. Il telefono non è una tua estensione. Impara a farne a meno. Sii più grande e potente della PDPQ, la paura di perdersi qualcosa.
15. Scarica musica nuova o classica o diversa da quella che ascoltano milioni di tuoi coetanei. La tua generazione ha un accesso alla musica senza precedenti nella storia. Approfittane, espandi i tuoi orizzonti.
16. Gioca a qualche gioco di parole o di logica che stimoli la tua mente, ogni tanto.
17. Tieni gli occhi aperti. Guarda cosa succede intorno a te. Guarda fuori dalla finestra. Ascolta il canto degli uccellini. Fai una passeggiata, parla con uno sconosciuto, fai lavorare la tua immaginazione senza Google.
18. Farai qualche casino. Ti ritirerò il telefono. Ci metteremo seduti e ne parleremo. Ricominceremo da capo. Io e te continuiamo a imparare cose nuove, giorno per giorno. Io sono dalla tua parte, sono nella tua squadra. Siamo insieme in questo.

Spero che tu possa essere d’accordo su questi punti. Molte delle “lezioni” che fanno parte della lista non si applicano solto all’iPhone, ma anche alla vita.
Stai crescendo in un mondo in continuo e veloce cambiamento. È eccitante e seducente. Tu cerca di non complicare le cose ogni volta che puoi. Fidati della tua testa e del tuo grande cuore, più che di ogni apparecchio. Ti voglio bene.

Goditi il tuo nuovo favoloso iPhone.

Buon Natale!
Mamma­”

Cosa ne pensi? Avresti fatto lo stesso? Ti sembrano delle buone regole? Prim’ancora, pensi sia un buon sistema educativo?
La prossima settimana ti darò il mio pare.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Fonti:
Blog di Janell Burley Hofmann: Gregory’s iPhone Contract

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Costruire il destino dei figli

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaLa costruzione del proprio destino è un tema che mi è molto caro. È anche un tema impopolare, come notava Heinz von Foerster, studioso di cibernetica – quella scienza che analizza le capacità autoregolatorie e autorganizzative degli organismi. Perché in ultima analisi costruirsi il destino vuol dire esserne responsabile: figuriamoci poi se oltre a costruire il nostro influenziamo quello degli altri o, peggio ancora, quello dei nostri figli!

Calma, andiamo con ordine. Anzi, partiamo dalle conclusioni.

Abbiamo un’influenza sul prossimo: non è una novità, né è tanto sorprendente. E ci sorprende meno che tale influenza sia maggiore sulle persone più prossime, vicine, intime, familiari. Come i figli, appunto. “Ma a noi sembra che nostro figlio faccia esattamente l’opposto di quello che gli diciamo”, osserveranno correttamente dei genitori. Certo, perché “avere un’influenza” è diverso da “far fare una determinata cosa”. A volte la presenza o l’insistenza di qualcuno nel volerci fare qualcosa è la ragione per cui non la facciamo, per questo la suggestione più efficace è quella sottile e indiretta. Ma che succede quando l’influenza è inconsapevole?

Hannu Räty e Kati Kasanen, del Dipartimento di Educazione e Psicologia dell’Università di Joensuu, hanno condotto un’interessante studio a cui vorrei riallacciarmi. Si è trattato di una ricerca durata 7 anni, in cui mostrarono come le aspettative dei genitori sulle capacità scolastiche dei figli hanno un impatto sul proseguimento o sull’abbandono degli studi. Ci tengo a precisare che la ricerca è molto complessa e che ne analizzo solamente gli aspetti utili a questo articolo. Tra le loro considerazioni, Räty e Kasane sostengono che lo status socioeconomico dei genitori ha meno impatto sulle performance dei figli rispetto al background sociale. In un circolo vizioso, il background sociale influenzerebbe le aspettative dei genitori e queste a loro volta le scelte dei figli. Più nello specifico, pare che le interpretazioni sulle capacità e abilità dei figli siano influenzate anche dall’idea che hanno i genitori rispetto al concetto di “intelligenza”.

Nulla di nuovo, anche qui. Difatti, queste considerazioni ci rimandano all’ipotesi di un altro studioso, John Ogbu, che tra gli anni ’80 e ’90 ipotizzò che il solo fatto di sentirsi appartenente a classi emarginate influenzi negativamente la motivazione e il successo, e di conseguenza l’intelligenza. Ma ci rimanda anche a quegli studi di psicologia sociale che, in breve, mostrano che avere un’idea su qualcuno ci fa assumere degli atteggiamenti/comportamenti che lo influenzeranno, guidandolo a comportarsi esattamente come ci aspetteremmo in base a quell’idea.

Cosa vuol dire tutto ciò?

Gli studi sull’influenza delle aspettative sono tanti e ci tornerò in più occasioni – soprattutto se vi interessano. Un’influenza sull’altro l’abbiamo sempre, consapevolmente e inconsapevolmente. Se nel secondo caso non sappiamo bene come stiamo influenzando l’altro, nel primo abbiamo più possibilità di orientare tale influenza in senso positivo. Von Foerster faceva bene a dire che questi sono temi impopolari, perché se li accettiamo dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Certo, se farlo vuol dire migliorare le nostre e le altrui potenzialità, la cosa ci dispiace poco. Di sicuro non ci vuole uno studio scientifico per dirci che gli altri possono percepire se ci stanno simpatici o antipatici, se li stimiamo o se li consideriamo incapaci; né che questo può diventare un problema se l’altro in questione è un bambino che dipende da noi e che ha poche risorse per difendersi. Da qui capiamo che curare con più consapevolezza i propri atteggiamenti e comportamenti può migliorare molto i rapporti con gli altri e con noi stessi. Potremo così lanciare delle profezie positive tutt’altro che magiche e dagli effetti concreti, che indurranno nell’altro e in noi stessi dei cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti verso il mondo.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

Riferimenti bibliografici
Räty, H., Kasanen, K.
(2010). A Seven-Year Follow-Up Study on Parents’ Expectations of Their Children’s Further Education. In Journal of Applied Social Psychology, 40, 11, pp. 2711–2735.

Sonuga‐Barkea, E.J.S., Stevenson, J., Thompson, M., Lamparelli, M., Goldfoot, M. (1995). The Impact of Pre‐school Children’s Intelligence and Adjustment on their Parents’ Long‐term Educational Expectations. In Educational Psychology, 15, 2, pp. 141-148

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