Quando la pianta si secca: l’errore di chi sta insieme da anni

psicoterapeuta bravo roma

Come mantenere in vita una coppia?

Perché a volte la relazione che coltiviamo da anni non è più come un tempo?

Cosa è cambiato? Il partner? Noi? La coppia?
Ma, soprattutto, cos’è che non sta funzionando e che sta creando una serie di problemi e difficoltà?

Mi capita spesso di fare sessioni di Terapia Breve con coppie che stanno insieme da anni e che, per qualche ragione, non riescono a stare più bene come prima, o che hanno un problema molto ben preciso emerso gradualmente o, al contrario, quasi d’improvviso, a ciel sereno.

Nell’articolo di oggi cerco di spiegare un problema tipico di diverse coppie che stanno insieme da tanto tempo e il modo per affrontarlo.

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La Terapia Breve è adatta ai bambini? – Brief! #9

psicoterapia bambini romaVedere un bambino nello studio dello psicoterapeuta non è sempre la cosa migliore: quando è possibile, è molto meglio far sì che siano i genitori a sviluppare competenze e risorse per aiutare i loro figli a stare meglio.

Ma perché?
Di questo mi occupo nel video di oggi.

Per scelta professionale ho scelto di lavorare con gli adulti (diciamo dai 19 anni in su) e le coppie: sebbene fin dall’Università ho studiato anche le dinamiche e le problematiche di infanzia e adolescenza, ritengo che ogni specialista dovrebbe concentrare le proprie capacità su alcuni ambiti precisi, piuttosto che disperderle su troppi.

Questo è uno dei motivi per cui, ad esempio, ho focalizzato i miei studi sulle Terapie Brevi.

Ma i bambini possono giovarne?
E perché è meglio vedere i genitori, piuttosto che loro?
E ci sono situazioni in cui, invece, è necessario vedere direttamente il figlio?

Con il consiglio di farsi dare sempre le corrette informazioni dal terapeuta stesso, nel video di oggi do una panoramica rispetto al pensiero della Terapia Breve con i bambini.

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Di chi ti circondi? – (Un)Common Life #6

un common lifeSei consapevole di chi ti circondi?

Perché se vuoi avere successo, se anche vuoi solo crescere nella tua vita, o nel tuo lavoro, chi hai attorno sarà decisivo affinché ciò sia possibile – o, al contrario, nel limitare questa possibilità. Come disse Jim Rohn: “Sei la media delle 5 persone con cui passi la maggior parte del tempo”.

Siamo arrivati al penultimo appuntamento di (Un)Common life, in cui capiamo, da un lato, quanto sia importante circondarsi di persone che ci permettano di crescere e, dall’altro, quanto a volte quelle più intime e vicine a noi ci possano, involontariamente, limitare nel farlo. E tutto perché ci vogliono davvero bene.

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Libri di Terapia Breve: Terapie non comuni

psicoterapia breve roma

Vuoi leggere questo libro? Clicca sulla copertina.

Titolo: Terapie non comuni
Autore: Jay Haley
Editore: Astrolabio
Voto: stellastellastellastellastella

 

Ecco, penso che questo sia il libro che mi ha convinto definitivamente a praticare le terapie brevi.

E penso che sia una lettura piacevole e incredibile per chiunque voglia capire le possibilità di queste forme di terapie, capaci di aiutare le persone a produrre grandi cambiamenti in poche sedute.

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5 momenti di crisi in una famiglia

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Oggi parliamo del ciclo di vita della famiglia, e delle sue crisi

Quand’è che compaiono certe crisi nella famiglia? E come superarle? Forse non sai che ci sono dei momenti precisi e conoscerli è di grande aiuto.

In un articolo precedente avevo parlato dei momenti di crisi e oggi approfondisco una cosa accennata allora: durante l’arco di vita di una famiglia ci sono dei momenti precisi, facilmente individuabili, in cui è più probabile che si abbiano delle crisi.

Entra in gioco il concetto di “ciclo vitale della famiglia”.
E conoscere le sue fasi è importante.

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Aiutare i genitori ad aiutare i figli

Oggi un’intervista a Giorgio Nardone. Prendendo spunto dal suo libro Aiutare i genitori ad aiutare i figli si parla di problem solving strategico e di logiche del cambiamento.

Buona visione,
Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

Riferimenti: Giorgio Nardone – Aiutare i genitori ad aiutare i figli (Ponte alle Grazie).

 

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Quali regole dare ai figli

La scorsa settimana Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma ho parlato di Janey Hofmann, la mamma che ha regalato al figlio tredicenne un iPhone ponendo 18 regole da seguire, pena il suo ritiro immediato. Oggi vi dirò cosa ne penso.

Prima di tutto facciamo una precisazione: Janey Hofmann è americana.
E questo che vuol dire?
Che sicuramente vede il mondo in modo diverso da un italiano. Non totalmente diverso: un po’.
Come dire: ‘culture diverse uguale mentalità diverse’?
Esatto. Qualunque giudizio deve tener conto di questa condizione, altrimenti rischi di accettare o criticare un modo di fare senza considerare da cosa deriva. I più grandi conflitti socio-culturali derivano spesso da qui…

Detto questo, poniamoci un’altra domanda: servono davvero le regole?
A mio parere le regole servono, ma bisogna vedere quali e come porle. Ci tengo a dire che la mia opinione è generale ed esula un po’ dall’evento specifico: d’altronde non conosco né Janey, né suo figlio, né la loro famiglia. A prescindere da questo, con i figli le regole sono indispensabili: aiutano nel percorso di crescita stabilendo come funziona il mondo, la società, i rapporti con gli altri e quelli con se stessi…

Durante l’adolescenza, però, c’è una nuova contrattazione. L’adolescente non è più un bambino, ma non è nemmeno un adulto. È capace di mettere in discussione le regole con più decisione e cognizione di causa, ma non conosce ancora chiaramente limiti e confini condivisi.
Quindi dargli quelle 18 regole è giusto perché lo aiuta a capirli?
Sicuramente delle regole ci vogliono, che quelle di Janey siano le più giuste è da vedere: d’altronde conosci un manuale di riferimento valido per tutti?

Ma al di là di quali regole dare, mi sembra importante osservare come vengono date. Quella lista di regole ci dice tante cose. Ci dice che Janey ha una grande fiducia in suo figlio e nel fatto che le rispetterà. E ci dice che vuole essere sicura di avere tutto sotto controllo. Ci dice che considera il regalo (e il gesto stesso del regalarlo) molto importante, ma che nonostante la sua fiducia non è certa che il figlio sia abbastanza maturo da saperlo gestire.
Sembra quasi una situazione paradossale
Già… Se ti impongo delle regole vuol dire che non sei in grado di gestirti da solo, ma proprio il fatto di dartele scritte presuppone che tu sappia seguirle – e che quindi ti sappia gestire.

Succede sempre così, quando si danno regole ai figli?
Generalmente no, e forse anche in questo caso non sarà così.
Di solito non diamo una lista di regole a nostro figlio, ma lo seguiamo a distanza e commentiamo con lui. È un po’ come i bollini della televisione: ci sono le cose da bollino verde, che i figli sanno fare tranquillamente da sé, e quelle da bollino rosso, per le quali è necessario l’intervento degli adulti. E poi, la maggior parte delle volte, c’è il bollino giallo: quelle situazioni in cui il genitore è un intermediario, colui che spiega ciò che sta avvenendo, che gli dà un senso, che lo contestualizza, che fa in modo che sia comprensibile per il figlio e per le sue capacità.

Una lista di regole, se data e lasciata lì così, potrebbe non trasmettere alcun valore a Gregory. Dire “Niente porno. Cerca sul web contenuti di cui parleresti anche con me. Se hai domande rispetto a qualsiasi cosa, chiedi a una persona – preferibilmente a me o a papà” non gli spiega un granché sul perché di questa regola, e lui sta entrando proprio nell’età in cui non gli basta più sentirsi dire “Non fare questo”: vuole capire perché. In più la regola stessa da un lato cozza con una naturale tendenza di quell’età rischiando di amplificarla, e dall’altro pone vincoli inaccettabili per qualunque ragazzo: per quanto lo vogliamo, i figli preferiscono, anzi, hanno bisogno di parlare con altri di cose di cui non vogliono parlare coi genitori (e d’altronde succede anche il contrario).

Le riflessioni da fare sarebbero parecchie e potremmo prendere una ad una le regole e vederne pro e contro: anzi, se vorrete commentarle insieme qui sotto mi farà molto piacere. A mio parere, la cosa fondamentale da considerare è che la crescita di un figlio prevede un costante scambio tra lui e i genitori. Scrivere delle regole può essere un utile promemoria, ma a chi dei due servirà di più?

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici:
Nardone, G.
(a cura di). (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Milano: Ponte alle Grazie.

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Costruire il destino dei figli

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaLa costruzione del proprio destino è un tema che mi è molto caro. È anche un tema impopolare, come notava Heinz von Foerster, studioso di cibernetica – quella scienza che analizza le capacità autoregolatorie e autorganizzative degli organismi. Perché in ultima analisi costruirsi il destino vuol dire esserne responsabile: figuriamoci poi se oltre a costruire il nostro influenziamo quello degli altri o, peggio ancora, quello dei nostri figli!

Calma, andiamo con ordine. Anzi, partiamo dalle conclusioni.

Abbiamo un’influenza sul prossimo: non è una novità, né è tanto sorprendente. E ci sorprende meno che tale influenza sia maggiore sulle persone più prossime, vicine, intime, familiari. Come i figli, appunto. “Ma a noi sembra che nostro figlio faccia esattamente l’opposto di quello che gli diciamo”, osserveranno correttamente dei genitori. Certo, perché “avere un’influenza” è diverso da “far fare una determinata cosa”. A volte la presenza o l’insistenza di qualcuno nel volerci fare qualcosa è la ragione per cui non la facciamo, per questo la suggestione più efficace è quella sottile e indiretta. Ma che succede quando l’influenza è inconsapevole?

Hannu Räty e Kati Kasanen, del Dipartimento di Educazione e Psicologia dell’Università di Joensuu, hanno condotto un’interessante studio a cui vorrei riallacciarmi. Si è trattato di una ricerca durata 7 anni, in cui mostrarono come le aspettative dei genitori sulle capacità scolastiche dei figli hanno un impatto sul proseguimento o sull’abbandono degli studi. Ci tengo a precisare che la ricerca è molto complessa e che ne analizzo solamente gli aspetti utili a questo articolo. Tra le loro considerazioni, Räty e Kasane sostengono che lo status socioeconomico dei genitori ha meno impatto sulle performance dei figli rispetto al background sociale. In un circolo vizioso, il background sociale influenzerebbe le aspettative dei genitori e queste a loro volta le scelte dei figli. Più nello specifico, pare che le interpretazioni sulle capacità e abilità dei figli siano influenzate anche dall’idea che hanno i genitori rispetto al concetto di “intelligenza”.

Nulla di nuovo, anche qui. Difatti, queste considerazioni ci rimandano all’ipotesi di un altro studioso, John Ogbu, che tra gli anni ’80 e ’90 ipotizzò che il solo fatto di sentirsi appartenente a classi emarginate influenzi negativamente la motivazione e il successo, e di conseguenza l’intelligenza. Ma ci rimanda anche a quegli studi di psicologia sociale che, in breve, mostrano che avere un’idea su qualcuno ci fa assumere degli atteggiamenti/comportamenti che lo influenzeranno, guidandolo a comportarsi esattamente come ci aspetteremmo in base a quell’idea.

Cosa vuol dire tutto ciò?

Gli studi sull’influenza delle aspettative sono tanti e ci tornerò in più occasioni – soprattutto se vi interessano. Un’influenza sull’altro l’abbiamo sempre, consapevolmente e inconsapevolmente. Se nel secondo caso non sappiamo bene come stiamo influenzando l’altro, nel primo abbiamo più possibilità di orientare tale influenza in senso positivo. Von Foerster faceva bene a dire che questi sono temi impopolari, perché se li accettiamo dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Certo, se farlo vuol dire migliorare le nostre e le altrui potenzialità, la cosa ci dispiace poco. Di sicuro non ci vuole uno studio scientifico per dirci che gli altri possono percepire se ci stanno simpatici o antipatici, se li stimiamo o se li consideriamo incapaci; né che questo può diventare un problema se l’altro in questione è un bambino che dipende da noi e che ha poche risorse per difendersi. Da qui capiamo che curare con più consapevolezza i propri atteggiamenti e comportamenti può migliorare molto i rapporti con gli altri e con noi stessi. Potremo così lanciare delle profezie positive tutt’altro che magiche e dagli effetti concreti, che indurranno nell’altro e in noi stessi dei cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti verso il mondo.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

Riferimenti bibliografici
Räty, H., Kasanen, K.
(2010). A Seven-Year Follow-Up Study on Parents’ Expectations of Their Children’s Further Education. In Journal of Applied Social Psychology, 40, 11, pp. 2711–2735.

Sonuga‐Barkea, E.J.S., Stevenson, J., Thompson, M., Lamparelli, M., Goldfoot, M. (1995). The Impact of Pre‐school Children’s Intelligence and Adjustment on their Parents’ Long‐term Educational Expectations. In Educational Psychology, 15, 2, pp. 141-148

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