La Terapia Breve per il Disturbo da Stress Post-Traumatico

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Il Disturbo da Stress Post Traumatico e la Terapia Breve.

Cos’è un trauma? E come può cambiarti la vita? E, in che modo, si trasforma nel famigerato Disturbo da Stress Post-Traumatico?

Vivere un trauma significa subire una ferita. Come tutte le ferite, anche quelle profonde si rimarginano. A volte possono lasciare segni più o meno evidenti, altre volte possono scomparire del tutto alla vista. Resta comunque il fatto inconfutabile che la ferita c’è stata e la nostra “pelle” è stato incisa.

E quando questo si trasforma in un “disturbo”, significa che la cicatrice non si è creata, e la ferita continua a sanguinare. Ecco il Disturbo da Stress Post-Traumatico. Vediamo come funziona e come affrontarlo con la Terapia Breve.

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Psicologia del terremoto: alcune indicazioni utili

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[Le informazioni contenute in questo articolo non si sostituiscono in alcun modo alle indicazioni della Protezione Civile e degli altri organi ufficiali e di quelli specializzati nell’intervento in queste situazioni: vanno sempre primariamente seguite le loro direttive e i loro protocolli, e fatto riferimento a loro per qualunque iniziativa.]

Questa mattina abbiamo sentito il forte terremoto tra Lazio e Marche. Purtroppo si stanno ancora contando le vittime, e il disastro di Amatrice, Accumuli, Arquata del Tronto e le altre cittadine ricorda altri terremoti che hanno lasciato ferite profonde negli italiani.

Nelle ore libere di oggi ho scritto questo articolo per cercare di dare alcune informazioni sulla psicologia dell’emergenza in caso di terremoto, cioè su come affrontare ciò che è appena capitato da un punto di vista psicologico, emotivo e comportamentale.

Spero che questo articolo sia d’aiuto a chi si trova, in queste ore, a vivere in prima persona le sue drammatiche conseguenze.

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Mai arrendersi

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Invece di maledire il buio è meglio accendere una candela (Lao Tzu)

Nel secolo scorso venne condotto un esperimento che oggi ci risulterebbe immediatamente disumano: dei topini venivano messi in un contenitore pieno d’acqua senza possibilità d’appiglio, osservando dopo quanto avrebbero smesso di nuotare, dopo quanto, cioè, si sarebbero arresi, presi dalla disperazione. Alcuni di questi esperimenti lasciavano anche il topino completamente al buio: la resa incondizionata pare che avvenisse in pochi minuti.

Altri topini, invece, a un certo punto venivano presi dalle mani dello sperimentatore, tratti in salvo per qualche istante, e poi rimessi nel contenitore: questi ultimi nuotavano e rimanevano a galla per numerose ore, anche più di un giorno. La speranza di potercela fare li faceva insistere e andare avanti.

La crudeltà dell’esperimento fu sottolineata a più riprese da numerosi autori, alcuni dei quali tuttavia cercarono quantomeno di trarre un’osservazione in qualche modo utile da tutto ciò: l’ultima a morire non è probabilmente la proverbiale speranza, ma è la speranza che consente di essere gli ultimi a morire, o di non esserlo affatto.
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Stress e infarto: come ci aiuta la psicosomatica

In che modo la tua mente indebolisce il tuo corpo?

Nunzio Paci

“Mio fratello è un albero ed io le sue radici”, opera di Nunzio Paci

Mente e corpo sono connessi, ormai lo sappiamo. Molti si sono interessati a questo collegamento. Nello specifico c’è chi ha visto come la sofferenza emotiva (e più in generale psicologica) produce effetti negativi sul tuo corpo.

La branca di studi che dà un disegno di questo quadro è la psicosomatica.

Dalla perdita di capelli ai problemi cutanei, dalla gastrite da stress fino al cancro: la mente può avere effetti spaventosi sul corpo.

Ricordo un signore che mi parlò di un brutto eritema, un’irritazione della pelle che gli aveva preso parte dell’avambraccio e lo infastidiva al punto di tenerlo sveglio la notte: era comparso poco dopo la morte del padre, avvenuta dopo una lunga e sofferta agonia.

Ma è possibile individuare uno stile di vita a rischio?
Esistono dei modi di comportarsi che predispongono più facilmente a determinate malattie fisiche?
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Le 5 tipologie di disturbo ossessivo compulsivo più frequenti

Disturbo ossessivo compulsivo cause

Il disturbo ossessivo compulsivo finisce per diventare una prigione per chi lo vive e per chi gli è attorno

Abbiamo parlato più volte dei disturbi ossessivo-compulsivi.
Che cos’è e quali sono i sintomi specifici l’abbiamo già esposto altrove (vedi gli articoli consigliati in fondo).

Ma quanti tipi di DOC esistono?

Nel loro ultimo libro, Ossessioni, Compulsioni, Manie, Giorgio Nardone e Claudette Portelli identificano 5 tipologie fondamentali di motivazioni che attivano azioni e pensieri compulsivi.

Quali sono?

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Storia personale e problemi: come sono collegati?

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaChe cos’è la realtà?
Il poeta Hugo von Hofmannsthal ha un’idea in proposito: “Tutto ciò che è creduto esiste, e soltanto questo” ha detto.
Potresti pensare che la realtà è lo schermo del computer, o del telefonino o tablet attraverso cui stai leggendo questo articolo, o la sedia su cui sei seduto. Insomma, sono lì, li tocchi, sono reali, no?

È un po’ più complesso di così e questa complessità ci crea un sacco di problemi.

Ma come li risolviamo?
Vediamo.
Innanzitutto pensa che ci sono almeno due livelli di realtà. Paul Watzlawick li ha definiti così: 1) realtà di primo ordine: cioè, semplificando, tutti gli oggetti e i fatti (la sedia, il tablet, lo scambio di comunicazioni tra due amici, il sesso col proprio partner, ecc.); 2) la realtà di secondo ordine: cioè i significati che noi diamo a quegli oggetti e fatti (quindi la sedia diventa “comodità”, il tablet diventa simbolo di status sociale, lo scambio di comunicazioni può essere un modo per dimostrare chi è più intelligente, e il sesso si trasforma in un atto di dichiarazione d’amore).
Epitteto, che venne qualche secolo prima, disse: “Guardate, non è che abbiamo paura degli oggetti e dei fatti, ma dei significati che gli attribuiamo”.

Gli psicologi, almeno in parte, concordano.
Prendiamo la Costa Concordia: un evento indubbiamente traumatico, eppure solo alcuni hanno sviluppato una sintomatologia invalidante (ansia, attacchi di panico, disturbo post traumatico da stress…). Perché, in base alla storia personale, ciascuno darà un differente significato all’evento e lo vivrà in un differente modo.

Quindi è vero che bisogna andare nel passato, ripercorrere la propria storia personale, per risolvere un problema?
No, aspetta. Questa è una confusione che si fa di continuo.
Ma tu hai detto…
Io ho detto che in base alla propria storia personale si potranno sviluppare o meno certi problemi, ma non ho detto che per risolverli bisogna ripercorrerla.
Uhm, giusto. È che farlo sembra la naturale conseguenza. Cioè, se la mia storia determina i miei problemi mi viene da pensare che devo agire su di essa per risolverli
Sì, è vero, sembra così. Però andiamo a vedere meglio come funziona.

Innanzitutto non è che la tua storia determina automaticamente il tuo problema. Cioè, non è che se da bambino hai vissuto la separazione dei tuoi allora da adulto avrai per forza dei problemi – e se li avrai non è detto che dipenderà strettamente da questo. Anzi, per qualcuno potrebbe essere addirittura una risorsa.
Più semplicemente, la nostra storia ci apre determinati scenari.
Quali?
Eh, mica è facile dirlo. Anzi. L’uomo non è matematica e 2 + 2 non fa sempre 4.
La tua storia di sicuro è anche la culla dei tuoi problemi, ma lo è nello stesso modo in cui il famoso battito di farfalla in Cina sviluppa un tornado in America.
Quello che dici, in pratica, è che ogni evento che viviamo, ogni scelta che facciamo…
…ogni passo mosso, ogni strada percorsa, ogni porta aperta o lasciata chiusa…
…ci porta ad essere in un modo piuttosto che in un altro
Ci porta ad essere ciò che siamo.
“E questo, magari, può essere il motivo per cui di fronte alla Costa Concordia io ne esco psicologicamente illeso – a parte magari un comprensibile spavento – e qualcun altro cade in depressione
Esatto. E tutto questo ha poco a che fare con la risoluzione del problema.
Cioè?
Il fatto che la mia storia personale mi porti a essere quel tipo di persona che, per esempio, di fronte al terremoto reagisce con un’ansia intensa, non significa che per risolvere quell’ansia dovrò andare a lavorare su quella storia personale.
Anche perché la storia personale ormai… è storia!
È passato, è andata. E per quanto parlare del nostro passato ci faccia sentire bene (si chiama “effetto catartico”) risolvere il problema è un’altra cosa.

Quindi?
Quindi la nostra storia personale determina dei modi di essere, di percepire il mondo, di reagire a esso, e sono questi che possono finire per creare dei problemi. Come appunto diceva Epitteto: “Gli uomini non sono agitati e turbati dalle cose, ma dalle opinioni che hanno delle cose” e dalle conseguenti azioni che mettiamo in atto per via di queste opinioni.
Ecco su cosa dobbiamo lavorare, generalmente, per risolvere un problema: su ciò che siamo ora, non su ciò che abbiamo vissuto nel passato.
Eppure alcuni traumi continuano a tornare, a invadere il presente
Giusto, e in quel caso dovremo lavorare ancora una volta su ciò che viene determinato nel presente, non sul ripescare quello che è stato nel passato.
Quindi, in ogni caso, lavoro sul qui ed ora
Esatto.
E ci dici come fare?
La prossima settimana. Oggi abbiamo parlato veramente tanto.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Watzlawick, P.
(2007). Guardarsi dentro rende ciechi. Milano: Ponte alle Grazie.

 

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Libri di Terapia Breve – Cambiare il passato

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Ti interessa questo libro? Clicca sull’immagine.

Titolo: Cambiare il passato. Superare le esperienze passate con la terapia strategica
Autore: Federica Cagnoni, Roberta Milanese
Editore: Ponte alle Grazie
Voto: stellastellastellastellamezza

È possibile cambiare il passato? Purtroppo no. O forse “per fortuna”.

Possiamo fare tante speculazioni sui “se” e sui “ma”, sugli “avrei potuto” e i “se solo”, ma l’unica realtà concreta è che il passato ha determinato ciò che siamo ora. Questa è una verità innegabile, ben diversa però dal sostenere che andando nel passato – come se fosse possibile – si possa risolvere un problema presente.

Ma cosa puoi fare, allora, quando il passato invade il presente con la forza di uno tsunami?
Quando ferite subite mesi, anni, decenni fa, continuano a sanguinare nei tuoi giorni?
Quando il dolore si è conficcato come una spina nel fianco e non smette di farti del male?

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Affrontare il terremoto

Non riesco a dormire”.Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma

Ho gli incubi”.

Sono sempre allerta, teso, come sul filo del rasoio”.

Ho come la sensazione che le scosse non finiscano mai”.

Sono possibili dichiarazioni di chi vive il terrore del terremoto delle ultime tre settimane. Ma cosa può fare chi è stato vittima di questo evento distruttivo?

A dare dei consigli pratici e supportati scientificamente sono gli psicologi del Gruppo di Ricerca in Psicologia dell’emergenza e della sicurezza dell’Università di Bologna, coordinati dal Prof. Luca Pietrantoni. Lo hanno appena fatto tramite l’opuscolo di due pagine “Quando il terremoto continua”scaricabile gratuitamente dal loro sito.

Ho già affrontato alcune conseguenze di eventi traumatici (come l’incidente della Concordia o il terremoto a L’Aquila) e ritengo il lavoro dei colleghi di Bologna molto interessante, perché dà dei consigli efficaci direttamente utilizzabili dai cittadini o da chi sta prestando soccorso. Li elenco di seguito, suggerendovi di scaricare l’opuscolo per poterli approfondire.

Racconta la tua esperienza: questo primo consiglio si basa sull’assunto che verbalizzare esperienze traumatiche sia più efficace che tenerle per sé. Ancora meglio se vengono scritte: quest’ultima è infatti una tecnica utilizzata in alcuni approcci terapeutici per l’elaborazione dei traumi.

Ricerca informazioni accurate sul terremoto: durante questi eventi circolano centinaia di voci infondate alimentate dall’angoscia o dal giornalismo sensazionalistico, e che alimentano a loro volta preoccupazione, ansia e stato di tensione. Meglio spegnere TV, radio e internet e chiedere direttamente alla Protezione Civile o ad altri fonti ufficiali: aiuterete a controllare i vostri timori e a evitare che vengano accesi quelli degli altri.

Pensa agli aspetti che danno speranza: è difficile ma è necessario fin da subito orientare il proprio pensiero ad uno scenario oltre il problema. Il gruppo del Prof. Pietrantoni spiega come molte persone non si siano arrese, mostrando voglia di ricostruire e pubblicando messaggi di speranza, come uno striscione appeso con la scritta: “Barcolliamo ma non crolliamo“.

Mantieni le tue abitudini: mantenere le routine importanti (come pasti, orari del sonno, tempi per compiti, lavori e svago, ecc.) aiuta a rimettere una pausa di normalità che combatta il frastuono del terremoto.

Dedicati ad attività piacevoli: è bene portare la mente altrove, come visto anche in uno degli ultimi post. Il terremoto è lì e i suoi effetti ci rimarranno per un po’; intanto noi possiamo cercare di evitare di tenerlo sempre attivo nella nostra mente.

Fai attività fisica: aiuta a sciogliere tensioni e a diminuire ansia e depressione. Non esiste un’attività migliore, ma solo quella che più ci piace: corsa, stretching, ecc. sono tutte ugualmente valide.

Prova qualche esercizio di rilassamento: il gruppo di Bologna propone semplici e utili esercizi, come respirare profondamente quando ci si sta riposando o addormentando; inspirare lentamente; pensare a colori o immagini calmanti, o ascoltare musica rilassante; pronunciare mentalmente frasi come: “Il mio corpo si sta riempiendo di calma” o “Il mio corpo si sta svuotando di tensione“.

Dedicati ad attività di aiuto agli altri: aiutare gli altri, lo diceva già Schopenhauer, aiuta noi stessi. Aumenta la sensazione di controllo sugli eventi e riempie di sensazioni positive date dall’aiutare il prossimo.

Cerca l’aiuto degli altri: la tentazione a isolarsi è forte, perché sentiamo un male che appare incondivisibile, o perché ci sentiamo un peso per gli altri. Chiedere aiuto però non è un segno di debolezza, ma un modo di aiutare se stessi.

Oltre a questo, l’Opuscolo fornisce importanti informazioni per dormire meglio. Infine, qualora lo stress dovesse essere eccessivo, il gruppo di Bologna consiglia giustamente di rivolgersi a uno psicologo o a un medico, per affrontare quelle ansie e paure più forti e invadenti.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Cagnoni, F., Milanese,
 (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Milano: Ponte alle Grazie.
Pietrantoni, L., Pescaroli, G., Saccinto, E., Papi, A., Prati, G. (2012). “Quando il terremoto continua”. Strategie per gestire la paura e lo stress durante lo sciame sismico.

Cosa fare con chi ha subito una perdita?

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma

Brindisi e Melissa rimangono scolpiti nella mente. Tutti ci confrontiamo con la perdita, ma viverla così scuote emozioni difficili. Gli psicologi della Puglia ne sono consapevoli e il sistema sanitario li ha messi a disposizione di chi ne ha bisogno.

Ma che può dire la persona comune davanti alla perdita vissuta da un amico?

Cosa vorresti dire, infondo, che l’altro voglia davvero ascoltare? Parole di conforto? Ti sembra che l’altro non riesca a sentirle, immerso nella rabbia e nel dolore. Parole di vicinanza? L’altro è grato del nostro contatto, lo sappiamo, eppure sembra distante, perso in una sua dimensione. Parole di distrazione? Col giusto tatto, possono servire.

Non rischiamo di sembrare freddi e distaccati?

La freddezza si manifesta in finti abbracci e scompare in risa spontanee: si può essere molto caldi mentre si aiuta l’altro a portare la mente altrove. Il distacco, invece, è solo apparente. L’altro sa che la perdita siede silenziosa lì accanto: la sente, la percepisce, la vive, e sa che rimarrà lì per del tempo. Portarlo per qualche momento lontano da lei significa avvicinarlo a noi, al resto del mondo. Non è una fuga, è un momento di pausa dalla sofferenza.

Ma la perdita sembra un grande dolore…

La perdita è un grande dolore. È un viaggio sul fuoco che devi portare a compimento: terminarlo è l’unico modo per lenirne la sofferenza. Lo psicologo a volte è il compagno di viaggio di chi si blocca al centro del fuoco e non riesce ad andare oltre, ma non tutte le volte che viviamo una perdita abbiamo bisogno di ricorrere a lui. Le persone vicine sono lo strumento migliore.

Quando un amico ha appena subito una perdita, le persone che abbiamo in comune mi guardano in attesa, come se in tasca avessi una bacchetta magica da tirare fuori. Sebbene per lavoro mi confronti spesso con la perdita, so che tutte le persone care diventano risorse indispensabili per chi l’ha appena subita.

Ciò che suggerisco a chi non sa come comportarsi, è di iniziare con una cosa semplice: farlo distrarre. Spesso confondiamo l’importanza della persona persa con il dolore della perdita. Parliamo di chi se ne è andato perché ne conosciamo il valore, ed evocarlo sembra riportarlo accanto a noi. Anche chi rimane sa di questo valore, ma rievocarlo in questi primi momenti gli mostrerebbe semplicemente che l’ha perso, portandolo sull’incolmabile vuoto che ha di fronte. Lui sa cosa sta vivendo, sa che dovrà viverlo per un tempo indefinito, allora la cosa migliore è alleggerirgli il viaggio.

Dicevi che delicatezza e tatto non vanno dimenticati, giusto?

Certo. Naturalmente ci ricorderemo che l’altro ha appena subito una perdita e sta vivendo un lutto. Così, eviteremo di apparire superficiali, di sminuire i suoi sentimenti, di spingerlo al divertimento innaturale; senza costringerlo lo terremo impegnato, senza sovraccaricarlo, e pur non conducendolo noi verso quel vuoto non ci preoccuperemo quando ogni tanto sarà lui che ci parlerà – con le parole o con gli sguardi – di ciò che sta provando. Con tatto non negheremo la realtà che sta vivendo, cercheremo solo di attutire le immancabili volte in cui vi poserà lo sguardo.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Il Tempo (21 maggio 2012). Brindisi, psicologi pronti a riaccompagnare il rientro a scuola degli studenti.