Libri di Terapia Breve – Stalking

Stalking - Alessandra Barsotti, Giada Desideri

Ti interessa questo libro? Clicca sull’immagine

Titolo: Stalking. Quando il rifiuto di essere rifiutati conduce alla violenza
Autore: Alessandra Barsotti, Giada Desideri

Editore: Ponte alle Grazie
Voto: stellastellastella

Secondo l’ISTAT sono oltre 7 milioni in Italia le vittime di violenza fisica e/o psichica. Lo stalking è un fenomeno psicologico e sociale noto anche come «sindrome del molestatore assillante». I protagonisti sono: lo stalker, la vittima, la relazione forzata tra i due“.

Queste parole introducono al libro di Barsotti e Desideri, dedicato a uno degli argomenti più tragici degli ultimi anni.

Sia lo Stato che i media hanno rivolto uno sguardo intenso al fenomeno: il primo, pronunciandosi con la legge 38/2009 (giudicata da molti lacunosa e addirittura peggiorata da un emendamento di pochi giorni fa); i secondi, orientando l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento, fino a scuotere le coscienze sul problema del femminicidio (benché sia importante ricordare che lo stalking avviene in percentuale considerevole anche nei confronti dei maschi).

Ma bastano quest’attenzione e questa legge? Secondo molti no. E nascono le associazioni e le organizzazioni che si concentrato sulla vittima per darle tutto quel sostegno e quella rete di protezione necessaria per uscire dallo stalking.

Ma qual è il problema principale nello stalking?

Continua a leggere

Sei compassionevole o dipendente? 6 domande per capirlo

Psicologo a Monterotondo e a RomaSe una donna non vuole fare sesso col marito, ma lo fa comunque per fargli piacere, è dipendente o compassionevole?
Questa è la domanda che si è posta Therese J. Borchard, terapeuta di Annapolis (Maryland, USA) che ha pensato 6 domande per capire se siamo compassionevoli o dipendenti.

«Che differenza c’è tra i due termini?»
Sulla scia di Schopenhauer, per compassione possiamo intendere una partecipazione emotiva al dolore altrui (e, più in generale, ai suoi bisogni), che si esprime con sentimenti e gesti di solidarietà e altruismo. Compassionevole è chi empatizza con quanto vive l’altro e sceglie di mettersi a sua disposizione.

La dipendenza affettiva, invece, è una modalità relazionale per la quale la persona si rivolge continuamente agli altri per essere aiutata, guidata, sostenuta, cosa che può avvenire con chiunque oppure, come nella coppia del nostro esempio, esclusivamente all’interno di una relazione specifica. La persona ha solitamente una scarsa fiducia in se stessa, è incapace di prendere decisioni senza un incoraggiamento esterno e fonda la propria autostima sull’approvazione e la rassicurazione altrui. Quest’ultimo punto è molto importante, perché comporta il sentire l’esigenza di accontentare l’altro a priori, anche di fronte a richieste non esplicite, per il timore di perderlo e, quindi, di perdere quella che per lui/lei è fonte di sicurezza e autostima. In realtà nel suo articolo la Borchard usa il termine “co-dipendenza”, che però si trova in un tipo di relazione con sfumature diverse e di cui non mi occuperò qui.

Compassione e dipendenza possono sembrare facilmente distinguibili a una prima occhiata, ma pensandoci bene i loro confini sono molto sfumati. Stai facendo un favore all’altro perché empatizzi con il suo bisogno o perché non puoi fare altrimenti?

Ecco le 6 domande proposte dalla Borchard per scoprire se sei dipendente o compassionevole.

1) Qual è il tuo scopo?
Compatire viene dal latino cum- -passus, “soffrire assieme”. Chi compatisce sente la sofferenza dell’altro e vuole alleviarla, per amore e altruismo. Il dipendente, invece, ha bisogno di sentirsi necessario e cerca accettazione e sicurezza dall’altro. In un certo senso è molto più egoista, che altruista.

2) Come ti senti, emotivamente e fisicamente?
Borchard fa un’analogia tra la dipendenza affettiva e la dipendenza da sostanze: la prima, come la seconda, comporta dei “postumi” e dei “sintomi di astinenza”. Ci si sente al massimo dopo essersi resi utili all’altro, mentre si sta male alla prospettiva di apparire inutili e poco d’aiuto. Più in generale, associati alla dipendenza ci sono sentimenti piacevoli di breve durata e ricerca di nuove occasioni per compiacere l’altro. La compassione, invece, produce uno stato di benessere generalizzato e funzionalmente piacevole.

3) Dai più valore all’altro che a te stesso?
Sia la compassione che la dipendenza richiedono un sacrificio personale, ma la persona compassionevole si prende sempre cura di se, non si annulla continuamente per occuparsi dell’altro. Il dipendente, invece, tralascia i propri bisogni in funzione di quelli dell’altro, atteggiamento che lo porta a diventare sempre più triste, risentito e frustrato quando, alla fine della giornata, non rimane tempo né spazio per sé.

4) Senti di avere una scelta?
La persona dipendente non ne ha: sente che deve prendersi cura dell’altro. Esagerato senso di responsabilità e paura di essere abbandonato sono le catene che lo imbrigliano e che non riesce a rompere. Non vive la libertà di scegliere se esserci per l’altro o no, come invece sperimenta il compassionevole. È imprigionato nella sensazione che accadrà qualcosa di terribile se non si occuperà delle necessità del partner.

5) Quella che vivi è una relazione sana?
La compassione irrobustisce le fibre della relazione, contribuisce all’apprezzamento reciproco, a una comunicazione efficace, alla fiducia. La dipendenza, invece, deteriora la relazione, porta con se i germi della gelosia e del rancore, innesca comportamenti distruttivi e impoverisce la comunicazione.

6) Ti senti in colpa?
Un senso di colpa soverchiante è spesso alla base della dipendenza. È come se il dipendente si dicesse: “Se non ci sono per l’altro, sono cattivo, egoista, immeritevole di amore”.

La dipendenza affettiva è un problema molto diffuso. “Problema” perché può comportare un annullamento della persona tale da compromettere una sana esistenza e anche un sano rapporto di coppia. Lo psicologo può aiutare in queste situazioni a ritrovare una propria dimensione, a incrementare l’autostima, facendo sì che la persona diventi importante per se stessa.

Cosa ne pensi? Ti hanno aiutato queste domande? Lasciami un commento qui sotto e parla della tua esperienza.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Borchard, T.J.
(2013).
Are You Codependent or Compassionate?

 

Possono interessarti anche questi articoli:
Perdere l’amore
Non desidero più il mio partner
Problemi di convivenza?

Stalking: cosa può fare la vittima?

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaSai che il dio Apollo è stato uno dei primi stalker della storia? Ne parla Ovidio nelle Metamorfosi (I a.c.-I d.c), narrando la persecuzione che il dio operò sulla bella Dafne. Ma ciò che cattura fu la frase che gli fece dire: “Non inseguo hostis, amor est mihi causa sequendi” (“Non sono un nemico, è per amore che ti inseguo”).

Interessante, perché è proprio ciò che spesso pensa uno stalker. Il lettore abituale de Lo Studio dello Psicologo ha già dimestichezza coi meccanismi con cui costruiamo le nostre realtà personali (si vedano ad esempio questo e questo articolo). Per molte tipologie di stalker è la stessa cosa: il persecutore si crea una realtà, e ci crede. “Non sono un nemico, è per amore che ti inseguo” e per amore, si sa, si fa qualunque cosa.
Ma il meccanismo opera secondo logiche ancora più tortuose. Lo stalker indossa delle lenti distorcenti e, di conseguenza, tutto ciò che viene fatto nei suoi confronti è visto in maniera distorta. Persino essere denunciato non basta: chi denuncia fa un atto forte, che a volte agita in sé sensi di colpa notevoli; ma lo stalker spesso pensa: “Non sono riuscito a farmi capire: devo insistere di più”.

Cosa fare?

Il primo passo è interrompere ogni contatto. Attuare una vera e propria congiura del silenzio, sia in uscita, che in entrata.

La congiura del silenzio in uscita corrisponde a interrompere ogni contatto con lo stalker: non è raro, infatti, che la vittima cerchi di convincere il persecutore di smettere; ma abbiamo detto che quest’ultimo indossa delle lenti distorcenti, quindi ogni tentativo è inutile. “Ma se interrompo ogni contatto, quello si arrabbierà ancora di più“, si chiederà la vittima di stalking. La realtà è un’altra: mantenendo ogni contatto lo stalker non ha smesso di perseguitarci. Rendiamoci conto che esistono tante realtà soggettive quanti sono gli uomini; quindi ciò che per te vuol dire “Basta!” per l’altro può voler dire “Comunque sia mi sta parlando, dopotutto non vuole davvero lasciarmi…” oppure “Dice così perché non mi sono spiegato abbastanza bene: devo insistere di più” , ecc.

La congiura del silenzio in entrata, invece, corrisponde a interrompere qualunque conversazione non vitale sul problema. Al di là di contatti con forze giuridiche o sanitarie dobbiamo evitare di parlare e rispondere ad amici, colleghi, parenti, ecc. che ci chiedono del problema: farlo è il modo migliore per avere sempre in testa l’argomento e accrescere lo stato d’ansia o l’umore depresso che spesso lo accompagna. “Ma se smetto di parlarne non rimango sola?”, potrebbe chiederci di nuovo la vittima. Anche in questo caso la realtà è un’altra: continuando a parlarne ti senti meglio o hai costantemente in testa il problema? E, se ti senti meglio, è lì per lì o a lungo termine? “Non mi sento meglio, ma credevo fosse per via del fatto che lui continua a perseguitarmi”. Certo, ma noi parliamo solo di ciò che è importante e reale, e più ne parliamo più lo rendiamo presente nella nostra vita. Smettere di parlare delle cose che ci preoccupano ed evitarle è un meccanismo di difesa che attuiamo di continuo; ma mentre in determinate situazioni evitare è disfunzionale, perché quelle vanno affrontate, in altre possiamo renderlo funzionale, trasformarlo in uno strumento, in una strategia di difesa, perché usato in situazioni che comunque dobbiamo affrontare (anche solo per necessità fisiche e materiali), ma di cui possiamo ridurre la portata evitando che ci riempiano la testa ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo.

Se non riusciamo a fare questo, uno psicologo esperto in stalking può darci il sostegno giusto per sbloccare le nostre risorse e riprendere in pugno la vita.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Barsotti, A., Desideri, G. (2011). Stalking. Milano: Ponte alle Grazie.

 

P.S.: questo giovedì 1 febbraio torna “Aperitivo con lo Psicologo” a Monterotondo. Trovi maggiori informazioni nella sezione Eventi di questo sito o nella pagina Facebook!