Che cos’è la malattia mentale?

Thomas Szasz è stato uno psichiatra americano tra i portabandiera dell’anti-psichiatria.

Oggi voglio mostrarvi un suo famoso video in cui critica il concetto di “malattia mentale”. Il punto su cui insiste Szasz, partendo da una critica al noto ADHD (Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività, diagnosticato a sempre più bambini che troppo spesso vengono “curati” con psicofarmaci quando non è necessario), è che i problemi comportamentali ed emotivi non possono essere considerati alla stregua delle malattie.

Sebbene alcune considerazioni oggi sono state aggiornate, il pensiero di Szasz è ancora ispiratore e degno di essere conosciuto.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Per approfondimenti:

Thomas Szasz (2005). Farmacrazia. Medicina e politica in America. Bologna: Spirali.

Ripetere frasi nella mente: la compulsione mentale

Psicoterapeuta breve strategico roma

Ripetere frasi, formule, preghiere e altro nella mente: la compulsione mentale

«E niente, succede che mi fisso su una frase. Magari qualcuno dice qualcosa, mia figlia per esempio, qualcosa del tipo: “Ciao ma’, ci vediamo più tardi” e io inizio a pensare: “Ci vediamo più tardi, ci vediamo più tardi, ci vediamo più tardi, ci vediamo più tardi…”, così, all’infinito. A volte penso che potrei andare avanti per ore.»

A chi non è mai capitato almeno una volta di ripetersi mentalmente una frase? Qualcuno magari addirittura fino allo sfinimento?

Se in sé per sé la cosa può essere più diffusa di quel che pensiamo, può essere un problema quando diviene eccessiva: anzi, compulsiva.
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Esercizi per combattere la depressione

Che cosa combatte la depressione

Uno dei più grandi della depressione è la rinuncia

Qual è il rimedio migliore per la depressione?

Solitamente a questa domanda si danno 3 risposte:

  • la psicoterapia
  • gli psicofarmaci
  • entrambi

Ma ci sono altri metodi?
La risposta è “sì”, anzi, sembrano essercene anche troppi: una giungla in cui non ci si sa orientare.

Occorre una mappa, e di sicuro la letteratura scientifica ci può dare una mano, grazie a studi controllati che verificano i risultati.
E oggi, pare che un rimedio “naturale” contro la depressione stia acquisendo sempre più credito…
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La trappola del farmaco per l’eiaculazione precoce

Il terreno è stato ben preparato e ora è atterrata tra noi: la nuova soluzione farmacologica per l’eiaculazione precoce è qui.
Funziona? Sicuramente.
È funzionale? Insomma.
«Che significa?».
Che un martello può servire in tanti modi, ma non è il caso di schiacciarci le mosche sul muro.

L’eiaculazione precoce è un problema comune: ne soffrono 2-3 maschi su 10. È anche un problema sistemico, nel senso che per alcuni può causare disagi in altre parti importanti della vita: basta pensare all’autostima e a come si riflette su come ti vedi e su ciò che fai. E infine è anche un problema relazionale: spesso le “vittime” non sono solo i maschi, ma la coppia intera.

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaPuò un farmaco risolvere tutto questo?
«Certo!».
Ah… e come?
«Ingerisci il farmaco, non hai più l’eiaculazione precoce, e di riflesso sia la tua relazione sentimentale che la tua autostima miglioreranno».
Non ci avevo pensato…
«Davvero?»
No, scherzavo. Infatti questa soluzione è vera e veloce ma c’è un problema insidioso, che non si vede subito ma con cui prima o poi ti devi confrontare.
«Quale?».

Te lo spiego con un’immagine.

Hai una gamba rotta, ingessata, e ti vengono date delle stampelle con cui, finalmente, torni a camminare. Passano i giorni, le settimane, i mesi… e a un certo punto ti sbarazzi delle stampelle per tornare a correre con le tue sole gambe.
Anche nel linguaggio comune si usa dire “è una stampella” per indicare un supporto temporaneo, nell’attesa di risolvere concretamente il problema.

«Ok, ho capito dove vuoi arrivare: il farmaco è una stampella e quindi non risolve veramente il problema; ti permette solo di andare avanti come se non ci fosse, anche se in realtà è sempre lì».
Esatto.
«Però, aspetta, il problema non è proprio “sempre lì”: non soffro più di eiaculazione precoce, non ho più quell’imbarazzante disfunzione, non vivo più con ansia il momento di entrare a letto con una donna».
Verissimo, ma cosa succede dopo un anno che prendi quel farmaco?
«Cioè?».
Non dico che il farmaco non serva: le stampelle potrebbero essere state utili per un certo periodo. Ti dirò di più (andando in controtendenza): qualcuno potrebbe persino usare il farmaco per un po’, poi smetterlo, e scoprire di non avere più il problema. Magari perché l’eiaculazione precoce è stata solo una nuvola passeggera.

Ma il più delle volte non è così e il farmaco diventa una trappola. Non scordarti che per l’eiaculazione precoce esiste una soluzione già da molto tempo.
«Quale?».
Il profilattico ritardante.
«Vero, anche se con quello non senti niente».
E con il farmaco ingerisci una sostanza chimica: entrambi i rimedi hanno i loro effetti collaterali. Ma quello che voglio evidenziare è che con entrambi l’uomo dipende da una stampella: non ha superato il problema, l’ha solo… ritardato.

Questo tipo di soluzioni hanno un “effetto contraddittorio”: lì per lì, per l’occasione, funziona, e ti fa sentire bene, soddisfatto, vincente; ma immagina di dover dipendere per sempre da quella stampella.
Prima abbiamo parlato di autostima: dove pensi che starà, dopo un anno così?

L’eiaculazione precoce può essere organica o psicogena. Indovina qual è la più frequente in assoluto?
«Psicogena».
Cioè dovuta a cause psicologiche, esatto.
A questo punto: un farmaco può essere una soluzione definitiva?
«Già che lo continuo a prendere per un anno non è di certo “definitivo”».
Esatto.
«Ma, a questo punto, quanto occorre per risolverlo definitivamente con uno psicologo?».
Poco, arrivando a picchi del 91% di successi in una media di 7 sedute psicologiche: ben diverso dal prendere una pillola per un anno, o per una vita intera.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Centro di Terapia Strategica (online). Intervento Terapeutico. “A chi si rivolge”.
Nardone, G., Rampin, M. (2005). La mente contro la natura. Terapia breve strategica dei problemi sessuali. Milano: Ponte alle Grazie.

 

P.S.: questo venerdì terrò un intervento alla conferenza “Non vi azzardate!“, sul tema del gioco d’azzardo patologico. L’incontro è aperto a tutti e si terrà dalle 16:30  presso la Biblioteca Comunale di Monterotondo (RM). Per saperne di più mandami una mail oppure visita la pagina dell’evento.

 

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Perché le etichette possono essere delle condanne

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaQuando ero piccolo ero Lo Scalmanato. Nessuno ci crederebbe adesso: serafico, sereno, deciso ma con tranquillità. Eppure c’è stato un tempo in cui le cose non erano così e l’etichetta di “bambino iperattivo” mi veniva impressa addosso come un tatuaggio. Un tatuaggio lavabile, per fortuna.
Oggi se sei un bambino iperattivo ti danno il Ritalin. Ti piovono addosso etichette come sassi, le ferite che lasciano sono profonde e le cicatrici tutt’altro che lavabili.

A volte (anzi, spesso) ci comportiamo secondo dei miti. Sono stati definiti ‘miti’: “un certo numero di opinioni ben sistematizzate, condivise […], concernenti i reciproci ruoli […] e la natura della loro relazione” (Ferreira, 1966). Le parentesi quadre hanno tolto di mezzo solo le parole “da tutta la famiglia” e “familiari”, poiché Ferreira all’epoca indagava gli specifici miti familiari.

Ma quante volte, nella vita di tutti i giorni, assegniamo a qualcuno un’etichetta che finisce per diventare un mito? E quante volte (re)agiamo in base a quel mito, che altri condividono con noi? E, forse l’aspetto più terribile, quante volte agiamo in un modo perché crediamo a un certo mito di noi stessi?

Col mio lavoro, spesso con quello praticato presso ambienti istituzionalizzati, mi capita di vedere dei miti, dei condannati, persone infilate in una strada a senso unico che pare portare in una sola direzione.

A volte l’etichetta è attaccata bene, magari anche a causa di una diagnosi, che non è necessariamente sbagliata, ma che finisce per trasformarsi in una sorta di lista degli ingredienti che ti caratterizzano e di cui non potrai mai più fare a meno.
Sei una donna, adulta, libera professionista, sposata e bipolare“. Stamp! L’etichetta si imprime come un marchio sulla fronte e non riesci più a togliertela.
Figurati poi se vai a controllare su internet: ogni notizia è una passata di Super Attak sulla tua etichetta. E così ti dicono qual è il tuo mito, e ci credi, e ci convivi per l’eternità, come un inquilino interiore che bussa di continuo per ricordarti che è lì.

E in Italia siamo tutti un po’ psicologi – e tutti un po’ counselor, a quanto pare. Quindi basta poco e le diagnosi vengono regalate da chiunque come caramelle: “Suo figlio è dislessico”, “Suo figlio ha un disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività”, “Suo figlio è autistico”. Poco importa se per fare certe diagnosi occorrerebbe una valutazione accurata di un professionista riconosciuto, come uno psicologo iscritto all’Albo ed esperto in psicodiagnosi. Persino io, che sono psicologo, quando lo ritengo necessario mi avvalgo delle collaborazioni di miei colleghi formati in specifici campi. Come dire: a ciascuno il suo. Il rischio di creare un mito è un prezzo troppo alto da pagare per commettere errori.

E nella vita di tutti i giorni? Quali sono i miti che portiamo avanti? Chi crediamo che gli altri siano? E chi crediamo di essere noi stessi? Quanto, di ciò che facciamo, è determinato dal mito che ci siamo o che ci hanno costruito attorno?

A volte basta poco, un piccolo cambiamento, per iniziare a trasformare e a cancellare il nostro mito disfunzionale.
Parafrasando Paul Watzlawick: la realtà è in buona parte ciò che volete che sia.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Ferreira, A.J.
(1966). Family Myths. In Psychiatric Research Report, 20, pp. 85-90.

Watzlawick, P. (2007). Guardarsi dentro rende ciechi. Milano: Ponte alle Grazie.

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Depressione: meno farmaci, più psicoterapia

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma

Perché crediamo che il modo migliore per curare la depressione sia un farmaco, quando la psicoterapia potrebbe essere più efficace?

Per rispondere a questa domanda dovremmo passare diverso tempo a parlare di psicofarmaci, risultati terapeutici ed efficacia della psicoterapia. Ma oggi mi concentrerò in poche righe su un punto essenziale: chi decide se è meglio un farmaco o la psicoterapia?

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Siamo geneticamente depressi?

Siamo geneticamente depressi?

“La depressione è genetica”. Questo è il titolo di una serie di articoli che riportano i risultati di un gruppo di studiosi della University of Michigan Medical School (UMMS). Sembrerebbe, infatti, che da un’imponente ricerca condotta su 54 studi, che ha preso in considerazione oltre 40’000 partecipanti, sia emerso come le persone con il gene della serotonina con un allele corto tendano a reagire più negativamente ai momenti difficili rispetto alle persone con i geni della serotonina con gli alleli lunghi.

Avendo considerato tutti gli studi più rilevanti sull’argomento” sostiene il gruppo dell’UMMS, “possiamo confermare che il corredo genetico della persona fa la differenza nel modo in cui lui o lei risponde allo stress”. Questo disconferma una ricerca pubblicata poco più di un anno prima sul Journal of the American Medical Association (JAMA) che dimostrava l’esatto contrario.

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Depressione: la pillola va giù.

L’efficacia dei farmaci antidepressivi è stata ridimensionata

La depressione è in aumento. Tra una decina d’anni sarà la seconda causa di malattie nel mondo. La cosa ci sorprende ben poco: crisi economica mondiale, aumento dello stress lavorativo, presentazione di modelli distorti di felicità. Se vogliamo trovare un motivo per deprimerci, ha detto qualcuno, basta guardare fuori dalla finestra. Personalmente sono più propenso a cercare dalla stessa finestra altrettanti motivi per vivere bene.

Questo, però, non cancella un fatto: la depressione è in aumento.

Che fare? Qualcuno ci ha già dato una risposta pronta e confezionata quando, anni fa, iniziò a parlare della “pillola della felicità”. Era il Prozac, uno dei farmaci più venduti nella storia della medicina. L’associazione è facile: se parlo di “malattia” la soluzione più ovvia è un “farmaco”. Per questo in psicologia si preferisce parlare di difficoltà, di problemi, tutt’al più di disturbi.

Ci si scorda troppo spesso che la mente è molto più che un insieme di cellule e di processi biologici e pensare di curarla così come si cura un’influenza è riduttivo.

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