Terapia Breve per la depressione come riprendere a vivere

psicoterapia depressione roma

Può la psicoterapia breve aiutare chi è depresso?

La depressione è il male del millennio. L’OMS ha stabilito che entro il 2020 sarà la principale causa di disabilità, ma in realtà quel triste traguardo pare che l’abbiamo già raggiunto.

Esiste un valore, il DALY che stima quanti anni di vita “sana” vengo persi a causa di una disabilità. Ebbene, la depressione è al primo posto come numero di anni di vita che fa perdere a chi ne soffre. Prima di ansia e alcolsimo, prima di ernie ed emicranie, prima di problemi al cuore, prima di qualunque altro disturbo, fisico o psicologico che sia, c’è la depressione.

Sicuramente è uno dei problemi più tosti da affrontare. Ma anche qui, con gli sviluppi e con le idee delle psicoterapie brevi, il percorso per venirne fuori non è lungo e tormentoso.

Lo so per via della mia pratica. E perché ne sono stato testimone diretto.

Il ruolo dello psicoterapeuta

C’è una domanda che ricorre spesso nel mio studio: “Dottore, com’è possibile che lei risolva il mio problema in poco tempo se io ce l’ho da così tanti anni?”
Capisco l’incredulità. A volte anche una sottile nota di irritazione, come se il fatto di proporre una terapia di 10 sedute a fronte di un problema in vita da 3, 6, 10 anni sia un insulto all’intelligenza della persona.

Proviamo a fare chiarezza.

Innanzi tutto, a risolvere il problema non è il terapeuta. Un tempo regnava l’idea del terapeuta come “detentore della verità”: lui aveva studiato come funzionano le persone, qual è la “normalità” e come far tornare il paziente a quello stato. La persona era quindi “anormale”, “pazza” o “cattiva” (non intenzionata a star bene).

Se ci pensi, un ruolo simile non era strano. Nell’ambito della medicina era così da millenni: il medico detentore della verità sapeva cosa era giusto e cosa sbagliato per il proprio paziente, e decideva lui cosa questo dovesse o non dovesse fare. La psicoterapia non fece altro che ereditare questo ruolo.

Negli ultimi cinquant’anni, e in particolare negli ultimi 20-30 anni, questa posizione è cambiata molto, tanto nella medicina quanto nella psicoterapia – anzi, forse prima e più radicalmente in quest’ultima. Certo, il “vecchio modo di pensare” esiste ancora, ma se parliamo di terapie brevi credo di poter dire che quella vecchia posizione è quasi del tutto scomparsa.

«Ma allora, se il terapeuta non è più il detentore della verità che sa cosa è giusto o sbagliato per te, qual è il suo ruolo?»
Giusta osservazione. In particolare in psicoterapia breve, il ruolo del terapeuta è sempre più quello di facilitatore, di guida, una persona che ha studiato per aiutarti a capire cosa si è bloccato, cosa non ti sta permettendo di raggiungere i tuoi obiettivi (il tuo benessere, in senso più generico) e come far sì che tu possa riacquisire le tue risorse e usare i tuoi punti di forza, o come aiutarti a svilupparne e acquisirne nuovi, per riuscire a farcela.

Cercare nel presente cosa funziona e cosa no

Le teorie su come si sviluppa la depressione sono tante, tantissime. Non tenterò di fare una sintesi, anche perché significherebbe cercare di mettere assieme punti di vista a volte estremamente diversi tra loro. Inoltre, c’è da dire che le terapie brevi sono note per essere per lo più orientate al presente: non si va alla ricerca di presunte cause rimosse, ma si cerca di capire cosa aiuterà a migliorare oggi.

Se la psicoanalisi (che non rientra tra le terapie brevi) si rifà per lo più a problemi originati nel passato individuale o relazionale della persona, e gli approcci più neurobiologici sono interessati a ricercare chimica e genetica di questo problema, le terapie brevi si pongono essenzialmente 2 domande:

  1. Cos’è che, oggi, continua a mantenere in vita il problema? Quali comportamenti, quali atteggiamenti, quali percezioni trattengono la persona nel pantano depressivo, impedendole di uscirne fuori una volta per tutte?
  2. Cos’è che, oggi, sta funzionando e possiamo utilizzare? Quali sono quelle cose che la persona ha già fatto, e magari continua a fare, che in qualche modo possono essere utili a risolvere il problema, una volta che saranno adeguatamente migliorate e potenziate?

Questa è una sintesi, ma credo che, pur in termini generali e parziali, rifletta la visione e l’azione di buona parte delle terapie brevi. Una visione e una pratica efficaci, perché quasi sempre basta agire su queste due dimensioni, sbloccando ciò che non funziona e aumentando ciò che funziona o che può funzionare, per cominciare a uscire e poi a liberarsi del tutto da un problema.

E questo è particolarmente vero nella depressione.

Rinunciare alla vita

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La rinuncia è un suicidio quotidiano (Honoré de Balzac)

Infatti, una delle caratteristiche di questo problema, forse la sfida più grande che la depressione pone all’uomo e alla donna che si trovano a confrontarsi quotidianamente con essa, è sempre una: la rinuncia.

Molte volte, probabilmente nella maggior parte dei casi, la depressione è secondaria: significa che insorge come risposta a qualcos’altro.

Possono essere tanti i motivi per cui insorge.
Una storia finita male, un esame non superato, un traguardo non raggiunto, una condizione non ideale, la percezione di non essere all’altezza, la sensazione di non essere adeguato, la visione di una vita non andata come si voleva… Di fronte a tutti questi non, molte persone cominciano a ritirarsi, a chiudersi, a rinunciare. Rinunciano a lottare, rinunciano a provare, a volte riunciano persino a capire. In tre parole, rinunciano a vivere.

Perché?
Perché gli serve.

La rinuncia è un modo per difendersi. Metaforicamente è l’equivalente del ritirarsi nel guscio mentre fuori sembra che sferzi una potente tempesta. Il guscio aiuta a sentirsi più protetti, al sicuro. Non è piacevole. Forse lo è all’inizio, i primi tempi, ma presto diventa una trappola, come vivere in un monolocale di pochi metri quadri dove c’è solo e unicamente l’essenziale: più che vivere, stai sopravvivendo.

Affrontare il drago con la terapia breve

La cosa più difficile è che quando ci abituiamo a una realtà, quella sembra l’unica possibile.
Uno scopo delle terapie brevi è da sempre quello di aumentare le possibilità di scelta: aiutare la persona a darsi più possibilità, a vedere più alternative, a sperimentare più strade.

Il guscio è stato un ottimo rimedio, ma momentaneo. La rinuncia, se perpetuata giorno dopo giorno, diventa un suicidio quotidiano, come sosteneva Honoré de Balzac. Ecco allora che il terapeuta breve ha il compito, arduo bisogna dirlo, di aiutare la persona a cominciare a mettere la testa fuori, con una spada e uno scudo che la facciano sentire abbastanza sicura di fronte al drago che ritiene ci sia lì fuori.

Ognuno ha il suo drago da domare. E non voglio nemmeno descriverlo meglio di così, perché solo tu puoi sapere davvero com’è il tuo drago e cosa ti costringe a (non) fare. Infatti, spesso chi vive questo stato vive anche la frustrazione di non sentirsi compreso dagli altri – al punto, a volte, di smettere anche solo di provare a spiegare come si sente.

Ma come lo affronti un drago?

Storia di una depressione

Michael Yapko, riconosciuto come uno dei più esperti terapeuti brevi per la depressione, sostiene che il fatto di essere fortemente concentrati sui propri limiti e vulnerabilità è il punto d’accesso per questo problema.
Ma cosa fare quando sei intrappolato nel tuo guscio?

Non mentirò: non è facile uscirne da soli. Ma sarebbe incredibile se dicessi che non è possibile! Prima di tutto perché tutti abbiamo strategie personali, risorse, punti di forza che ci possono essere utili – seppure non li vediamo. E in secondo luogo… perché è capitato a me. Quasi quindici anni fa, dopo oltre 10 mesi di depressione (con tutti i sintomi da manuale) ne sono uscito del tutto. Non solo. Quell’esperienza mi servì per affrontare situazioni future incredibilmente più violente di quella che aveva innescato la depressione.

Mi piacerebbe dirti: “Ho fatto così e così”, ma non saprei dire cosa ho fatto io nello specifico (ero al primo anno di Psicologia – andato ovviamente malissimo, dato che non avevo l’energia né la voglia per studiare – e non avevo certo la testa per mettermi a monitorare cosa funzionasse e cosa no). So però identificare il momento preciso in cui finì. Fu una sera, una delle rarissime volte in cui uscivo, in cui un amico, non uno dei più cari, non uno speciale, né uno con cui avessi parlato un granché di come stavo, vedendomi mi disse: “Flavio, basta stare così!”.

Tutto qui. Nient’altro. Lì per lì risposti: “Eh, basta stare così…”, come a dire: “Facile a dirlo!”. La sera stessa, tornato a casa, mi guardai allo specchio e dissi: “Basta stare così”. Il giorno dopo non sentivo più il peso della depressione.

Certo, avevo ancora una ferita dolorante, la sentivo tirare, ma riiniziai a fare le cose, a uscire dal guscio, ignorando il dolore, e ricominciando a prendermi la vita che mi spettava di diritto.

Come si mangia un dinosauro

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Come si mangia un dinosauro?

Non ti ho raccontato la mia storia per dirti: “Vedi? È facile!”. Per me non fu facile. Non voglio fare narrativa, né voglio convincere qualcuno che la mia condizione è stata meglio o peggio di quella di altri (come detto sopra, so per esperienza diretta quanto sia difficile per chi è, o è stato, depresso far capire agli altri il proprio vissuto).

Ma ci sono 2 cose che ti volevo far notare.

La prima è una domanda che forse ti sei posto: “Ma non sei andato da uno psicologo?!”.
No. Non ci andai. E oggi posso dirti che è la cosa più stupida che abbia fatto. In realtà, a onor del vero, non è che “non l’ho fatta”. Non è che mi sia detto: “Naa, che ci vado a fare da uno psicologo?”. Non mi è proprio venuto in mente! In quei 10 mesi nemmeno una volta mi ha sfiorato l’idea che uno psicologo potesse aiutarmi. E sì che ero uno studente di Psicologia!

Ma perché non mi venne in mente nel momento del bisogno? Davvero non lo so… Ma se ora potessi fare un salto indietro di quindici anni e dare un consiglio a Flavio gli direi: “Cerca uno psicologo. Prendi il telefono in mano. E chiamalo ora”. Forse così quei 10 mesi sarebbero stati solo 2, o 3, o 6, o 9… sarebbe stato in ogni caso meglio che vivere da solo con quell’ombra tutto il tempo.

La seconda cosa riguarda invece ciò che feci subito dopo, il giorno dopo il “Basta stare così”. Ricominciai a fare quello che facevo prima. Ma non tutto in una volta – credo di averci messo un paio di mesi a riprendere in mano la maggioranza delle cose. Iniziai con piccoli passi, ricominciando a fare pian piano le cose che avevo smesso di fare, o a farle come sarebbe stato giusto e sano farlo.

Bada bene: non è che tutte queste cose mi piacessero. Non morivo dalla voglia di farle, non sentivo un fuoco o un’eccitazione interiore che mi spronasse. La ferita, come ho detto, la sentivo ancora: come quando ti hanno appena messo i punti dopo un brutto incidente e, a ogni minimo movimento, li senti tirare, strapparsi, farti male. Ricordo ancora la sensazione dello stomaco chiuso quando mangiavo, e il desiderio di posare la forchetta e smettere. Semplicemente, non smettevo. E ricordo ancora la voce interna che mi diceva, quando qualcuno mi invitava a uscire o quando pensavo di invitare io qualcuno: “Ma… sei sicuro? Che esci a fare? Resta a casa”. E invece dicevo di Sì e uscivo.

Questo fu il mio modo di uscire dalla depressione.

Spero mi avrai perdonato per questa lunga parantesi. Ti ho raccontato questo pezzo della mia storia perché è questo esattamente ciò che va fatto per uscire dalla depressione: cominciare. E cominciare con primi, piccoli passi. Se mi fossi rivolto subito a uno psicoterapeuta avrei avuto qualcuno che mi guidava a farlo nel modo migliore, veloce e meno doloroso per me.

Jeff Zeig, ipnoterapeuta e organizzatore del più importante congresso mondiale sulle psicoterapie brevi, disse anni fa: “Sai come si mangia un dinosauro? Un pezzo alla volta”.

Conclusioni

Uscire dall’ombra scura della depressione è un processo che richiede impegno. Non necessariamente tempo: Yapko stima che le terapie brevi impieghino in media 12-16 sedute. Ci sono ovviamente situazioni che vogliono più tempo; ma ci sono anche quelle che impiegano meno. 

Tutto, ancora una volta, è nelle nostre mani. E puoi cominciare anche tu a fare qualcosa, qualunque cosa: inizia a mangiare il dinosauro; un pezzo alla volta. Infatti, il primo piccolo passo da fare per cominciare, è cominciare a fare un primo piccolo passo.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Terapia Breve Strategica
e Ipnosi

Letture consigliate:
Yapko, M. (1998). Rompere gli schemi della depressione. Milano: Ponte alle Grazie, 2002.

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