Paul Watzlawick: quando la soluzione è il problema

Terapia Breve Strategica Roma

Paul Watzlawick

Paul Watzlawick è stato un grande comunicatore, un grande terapeuta e, a detta di tutti, un grande uomo.

A lui vanno diversi meriti, primo tra tutti quello di aver saputo condensare un enorme campo di studi (quello sugli effetti che la comunicazione umana ha sul comportamento) senza sminuirne minimamente il valore, anzi, organizzandolo, sistematizzandolo e rendendolo disponibile a tutti, in primis agli studiosi stessi, che spesso citano proprio le sue opere (in particolare la monumentale Pragmatica della comunicazione umana) più che quelle, spesso meno digeribili (seppur altrettanto belle) degli autori che lui riporta.

In questo video, del 1987, tiene un breve intervento dal titolo When the solution is the problem. Con il suo stile inconfondibile Watzlawick illustra come i paradossi s’introducano nella nostra vita quotidiana, al punto che spesso ciò che facciamo per risolvere un problema finisce per mantenerlo o per trasformarsi in un problema ancora peggiore.

Come detto, in questo video Watzlawick soprattutto “illustra”, non “spiega”, riempiendo il suo intervento di esempi, storie e citazioni, che conducono lo spettatore in un’insieme di aneddoti che, piano piano, lo portano a una comprensione di tipo esperienziale.

Il video è in tedesco (Watlawick era austriaco, pur avendo vissuto la maggior parte della sua vita in America), ma è sottotitolato in inglese. È molto facile da comprendere e mi sento davvero di consigliarne la visione a tutti.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

10 thoughts on “Paul Watzlawick: quando la soluzione è il problema

  1. Grazie per aver publicato questo video, molto bello ed interessante. Una piccola riflessione sull’ esperimento dove era stato dettk alle persone che avevano risposto correttamente secondo la curva di Gauss. Lui dice che non c’era soluzione. Io penso che la soluzione e’ creata dalle persone stese , dal sistema, quando le risposte sono “giuste” al di sopra di una certa soglia. Che e’ poi il meccanismo su cui l’evoluzione si basa. Comunque non c’erano risposte giuste o sbagliate prima del test e dell’interazione tra chi faceva le domande e chi rispondeva. Anche sono d’accordo parzialmente sul fatto che il “mondo” di unapersona esista solo per lui/lei, in quanto con ogni interazione con altri o con l’ambiente, lasciamo una traccia del nostro ,”mondo interno”. Un bellissimo video comunque, da un autore di cui non conoscevo l’esistenza. Grazie ancora.

    • Grazie mille del tuo commento, Francesca.

      Sì credo che quel che Watlzawick intendesse fosse proprio questo: il compito è stato creato senza “soluzione”, nel senso che venivano dati dei numeri totalmente a caso; poi è la nostra mente che riesce a fare dei collegamenti e a convincersi di essi. E’ molto interessante come meccanismo. In chi soffre di pensieri paranoici questo è molto evidente: i gesti e i commenti delle persone vengono “collegati” tra loro, considerandoli come un’insieme di prove che mostrano che gli altri ce l’hanno con lui.

      Anche sulla seconda osservazione sono d’accordo, ma forse va considerata in questo modo: per ogni persona esiste solo quel mondo che percepisce, che naturalmente è fatto anche delle “tracce” che gli altri lasciano. L’unica particolarità è che ogni persona percepisce quelle tracce nel suo modo specifico, così tu puoi aver intenzione di lasciare una traccia e gli altri possono coglierla più o meno diversa dalle tue intenzioni.
      Questo è un meccanismo molto interessante, perché può dar luce a fantastiche creazioni (laddove una traccia viene interpretata in modi creativi e positivi), o a terribili distorsioni (laddove venga interpretata in termini negativi – basti pensare a quante guerre vengono fatte “Nel nome di Dio”, o “Per la giusta causa”, ecc.).

      • E’ il medesimo meccanismo sfruttato dagli opinion maker attraverso il quale indirizzano le preferenze ?

        In merito alla seconda osservazione, correggettemi se sbaglio, stiamo dicendo che ognuno di noi vive nel proprio “piccolo” mondo, composto da coloro con i quali, a vario titolo , entriamo in contatto…comunichiamo.
        A loro volta costoro vivono nel loro “piccolo” mondo e sulla base di ciò ci aspettiamo e ammettiamo interpretazioni, nell’accezione più ampia del termine, diverse dalle nostre.
        Pertanto la domanda che io mi pongo….Watzlavick si accertava della “corretta” interpretazione esperienziale attraverso feedback mirati ?
        Grazie a tutti
        Se si, che metodi usava ?
        Se no, forse per non rimanere imprigionato nel circolo vizioso e inconcludente del “io ho ragione, tu sbagli..” tipico dei contestatori ?

        • Ciao Marietto, grazie del commento.
          In realtà Watzlawick faceva riferimento a un tipo di filosofia molto operativa e pratica, il costruttivismo radicale. L’assunto di base potremmo riassumerlo così: visto che ognuno di noi elabora in modo personale ciò che percepisce, ognuno di noi ha una propria visione e un proprio vissuto del mondo soggettivi. Non viviamo tanto nel nostro modo, separati dagli altri: viviamo con tutti gli altri, ma ognuno di noi percepisce ed elabora le cose in un proprio modo personale. Che naturalmente non è in ogni circostanza diverso dal modo in cui lo percepiscono gli altri, e quando lo è non è detto che lo sia sempre di molto.
          Sulla seconda domanda non sono sicuro di aver compreso bene. Secondo il costruttivismo, partendo dalle basi di cui sopra, non si parla di una interpretazione “corretta”: per sapere qual è quella corretta dovremmo poter avere la possibilità di individuare la “versione originale” delle cose, cioè una versione oggettiva; ma se, di fatto, ogni persona vive le cose in modo soggettivo, quella versione è irraggiungibile.
          Allora quello che fa Watlzawick, e i terapeuti che si rifanno al costruttivismo, non è più far aderire il paziente a un modello di “verità” (del tipo: “La verità oggettiva è che dobbiamo risolvere il conflitto edipico, quindi tu paziente per stare bene devi raggiungere questo obiettivo”), ma capire prima di tutto in che modo lui, secondo la sua soggettività, percepisce le cose (e di conseguenza in che modo si comporta in base a queste percezioni), per poi andare a individuare cos’è di queste percezioni che non funziona, cioè che cos’è che lo fa stare male.
          Per fare un esempio terra-terra e molto semplificato, l’anoressica percepisce se stessa perennemente sovrappeso, e di conseguenza conduce perennemente una dieta radicale (anche fino a morire). Il lavoro del terapeuta sarà quello di portarla a modificare questa sua percezione disfunzionale. “Disfunzionale”, cioè “che non funziona, che non la fa stare bene”: è diverso da “sbagliata” o “non vera”.

          Se ti interessa questo argomento puoi dare un’occhiata al mio libro “Come difenderti dagli psicoesperti” (http://www.firera.com/dettagli.asp?id_libri=358), dove ne parlo in termini semplici ma più approfonditi. Oppure, se vuoi una lettura decisamente più impegnativa, puoi leggere “La realtà inventata”, di Watzlawick.

          Spero di esserti stato di aiuto,
          Dr Flavio Cannistrà

  2. Grazie per la proposta e lo stimolo che suscita! Per essere nel presente credo che occorra un po’ “dimenticare” schemi, strutture e risposte già date… D’altra parte il nutrimento della memoria e dell’esperienza (nostra ed altrui) è fondamentale. Un gioco di equilibrio tra rischio, conoscenza e creatività…

  3. Uno dei miei più grandi rimpianti è di non averlo potuto conoscere, ho imparato molto dai suoi libri, per me è stato come uno dei miei maestri Zen preferiti, non è un caso che anche lui amasse lo Zen.
    Lo seguivo fin dalle prime pubblicazioni dei suoi libri in italiano, tra tutta la scuola di Palo Alto è stato quello che mi ha conquistato di più, perfino più di Milton Erickson.
    non sono uno psicologo, sono solo un appassionato di Psicologia, passione che alterno tra la musica e lo Zen.

    • Effettivamente nella pratica di Watzlawick c’era molto della filosofia e della pratica zen e non si esimeva dal dirlo. Molte impostazioni teoriche e terapeutiche facevano riferimento a idee e concezioni dello zen, senza naturalmente mischiare senza criterio questo e la scientificità richiesta da un approccio psicoterapeutico.

      Se hai letto il suo libro La Realtà Inventata ci puoi trovare molti concetti interessanti, se non veri e propri riferimenti.

      Grazie del commento!

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