Cause e consigli per lo scrittore bloccato

Psicologo Monterotondo

Cosa ci rallenta o blocca nello scrivere e come superarlo

Quanti di voi si sono bloccati a lungo (minuti, ore, giorni, persino mesi) mentre scrivevano un testo importante?

Un’email, un articolo, una tesi, un libro… il famigerato blocco dello scrittore si annida tra le righe di qualunque testo, pronto a stringere le sue spire come un boa constrictor che ci paralizza e ci fa perdere il bene più prezioso e non rimborsabile: il tempo.

Scopriamo allora alcune cause di chi si blocca nella scrittura e il modo più strategico per risolverle.

Un vecchio detto recita: troppa analisi porta alla paralisi. Significa che spesso ci si perde nell’analizzare, valutare, ponderare qualcosa senza arrivare a un dunque, senza, cioè, agire.
«Ma io ho bisogno di capire cos’ho di fronte, per affrontarlo!»
È vero… ma anche no.

Negli anni ’40 un grande psicologo di nome Kurt Lewin che, ahimé, morì giovane, fece in tempo a lasciarci un importante metodologia: quella di ricerca-azione. In parole povere, consiste nel fare un’ipotesi, agire in base ad essa, verificare se i risultati la confermano e poi, di conseguenza, modificarla o mantenerla (se si rivela esatta). In pratica sono gli effetti delle mie azioni a guidare i passi successivi.
Semplice ed incredibilmente efficace.

Psicologo Roma

L’esperienza passa anche per il fare.

«Ma a me che mi blocco nello scrivere come torna utile?»
Torna utile un concetto chiave insito in questa metodologia: una gran parte dell’apprendimento deriva dall’esperienza, dal fare.

In Occidente siamo molto abituati a imparare per poi fare. Un metodologia più orientale è invece quella del fare per imparare: ne è un esempio il tradizionale insegnante di arti marziali che ti fa applicare costantemente su un kata (una serie di movimenti che rappresentano tattiche di combattimento) finché non arrivi da solo a capirne le logiche sottostanti.

Quello che ci interessa, comunque, è che le due tradizioni di apprendimento sono entrambe vere: occorre imparare per poter fare, ma occorre anche fare per poter imparare.

A volte, di fronte a un testo da scrivere, tendiamo a fare due errori.

Il primo errore consiste nel voler iper-pianificare tutto: pensiamo all’idea, alla stesura, ai dettagli, alla raffinazione, o anche allo svolgimento, al messaggio, alla morale, a cosa dire e come dirlo… Insomma, pensiamo al testo, ma non alla scrittura.

Pianificare è utile, ma avrai sentito molti grandi scrittori dire che quando cominciavano a scrivere un libro non sapevano dove l’avrebbe condotti. Ad esempio Robert Kirkman, autore del graphic novel The Walking Dead (da cui l’omonima serie televisiva), cominciò a scrivere proprio per “studiare come si sarebbe evoluta la psicologia di personaggi messi in situazioni estreme”: cioè lui stesso avrebbe appreso come descrivere i propri personaggi man mano che proseguiva nello scrivere.

Spesso mi capita di dover scrivere delle email importanti per lavoro, o anche articoli come questi, e di non aver chiari tutti i modi migliori per esprimere ciò che devo esprimere, o addirittura di non aver chiaro tutto ciò che è importante dire. Ciò che faccio, allora, è proprio cominciare a scrivere, magari dopo aver buttato giù solo un paio di idee generali: sarà proprio scrivendo che capirò quali elementi sono essenziali, quali dovrò espandere, quali diminuire, ecc.

In queste situazioni, cominciare a scrivere ti permette di farlo meglio.

«E se non so come cominciare?»
Se non sai come cominciare, puoi utilizzare due utili tecniche.

La prima è la tecnica del volo d’aquila.
Immagina di essere un’aquila che vola molto in alto, sopra una città, che rappresenta il testo che devi scrivere. Bene, da quell’altezza potrai dare solo un’occhiata molto generale della città, cogliendo unicamente le caratteristiche salienti: comincia a scrivere quelle, le linee generali, i termini più ampi, le più grandi aree visibili da quell’altezza. Mano a mano scenderai di quota e visualizzerai sempre più dettagli, espanderai sempre più le tue descrizioni, raffinerai il discorso, aumentando i particolari.

Potremmo dire che è quello che fece Joanne Rowling, autrice della saga di Harry Potter, che in un viaggio in treno definì i personaggi più importanti, nelle pause pranzo cominciò a tracciare gli elementi principali della storia, e via via definì con sempre più accuratezza tutti gli intrecci e i dettagli.

La seconda è la tecnica della macchia di leopardo. 
Quand’anche mancasse la capacità di produrre una prima occhiata generale del testo da buttare giù, si può cominciare a scrivere a ruota libera, per associazioni spontanee, saltando da un argomento all’altro, producendo un imprecisato numero di parti di testo. Solo successivamente si cominceranno a legare parti tra loro, a definirle meglio ecc.

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Quello del controllo ossessivo è un vero e proprio circolo vizioso.

C’è poi un secondo problema, oltre all’iper-pianificazione. Bartoletti lo chiama “ricorsivismo” e potremmo farlo rientrare nella sfera del controllo ossessivo: una volta scritto un paragrafo, un concetto, o anche solo una frase, si torna indietro a controllarla, a rileggerla, a studiarla, criticarla, riesaminarla… col risultato che la scrittura procede lentamente o si blocca del tutto.

Una sua variante si ha quando si scrive l’intero testo, ad esempio un’email, e poi si torna indietro a rileggerla e correggerla; e una volta arrivati in fondo si ritorna su e la si rilegge e ricorregge di nuovo; e poi ancora indietro a correggerla ulteriormente…

L’immagine migliore per descriverla è quella di un automobilista che si ferma ogni cinquanta metri per vedere se il percorso è quello giusto: avrebbe impiegato meno tempo a giungere a destinazione se fosse andato spedito e, in caso di smarrimento, si fosse fermato una o due volte per ricalcolare la strada giusta da fare.

Nel caso del ricorsivismo vengono in aiuto le parole di Terzani che, in un’intervista, spiegò che a un certo punto arriva il momento in cui lo scrittore smette di correggere la propria opera e la invia all’editore, pur “sapendo” che è incompleta. Questo perché “completa” non lo sarà mai: troverà sempre qualcosa da aggiustare.

Persino il grande Umberto Eco ci insegna questo concetto: se prendete una delle ultime edizioni de Il nome della rosa troverete una sua prefazione dove, a più di trent’anni dalla prima edizione, spiega come in quest’ultima ha aggiustato delle parti, reso più scorrevoli dei paragrafi, eliminato delle ripetizioni…

A un certo punto, insomma, bisogna cliccare su “Invia”.

Questo è inoltre un vero e proprio allenamento personale. Se ci abituiamo all’idea che l’errore, l’imprecisione, l’imperfezione fa parte della vita, dei nostri comportamenti, delle nostre produzioni, staremo forgiando il nostro carattere con una componente preziosa: la flessibilità.
Significa che di fronte alla novità, all’imprevisto e al caos, saremo più in grado di mantenere la calma e affrontarli con adeguatezza.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Bartoletti, A. (2013). Lo studente strategico. Milano: Ponte alle Grazie.

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