Sono un incapace?

Psicologo a Roma

Il senso di incapacità è costruito giorno per giorno da ciò che facciamo o che evitiamo di fare

Sono incapace.

Questo assioma corre il rischio di divenire un vero e proprio mantra di sottofondo per molti di noi. Assume diverse forme e varianti: non ce la posso fare; non sono abbastanza [bravo, bello, intelligente, forte, considerato, stimato, allenato, preparato, e tutta una serie di altri aggettivi]; non ho sufficienti capacità; ecc.

Spesso questo mantra è silenzioso, un rumore bianco di sottofondo che accompagna le nostre azioni quotidiane e mina la nostra autostima e il nostro senso di autoefficacia.

Come è possibile smantellarlo?

Considera prima di tutto una cosa: come sostengono i costruttivisti radicali, costruisci la realtà che poi subisci.

Ricordi il famoso bicchiere? Quello, poverino, era semplicemente pieno a metà: siamo noi che, di volta in volta, decidiamo se è mezzo pieno o mezzo vuoto.

Chiara Gamberale ha scritto un libro molto carino: Per dieci minuti. Non ti svelo i contenuti, ma solo il concetto di fondo espresso lungo tutte le pagine: fare ogni giorno, per dieci minuti, una cosa diversa, che non si è mai fatta.

Che senso ha? Questo lo capirai leggendo il libro.
Che senso ha in questo articolo?
Il senso di sradicare convinzioni ferree.

«Senti ma non dovevi parlare di come superare il senso di incapacità?»
Sì, e ti darò una tecnica precisa, ma perdonami un secondo di chiarire una cosa.

Psicologo a Monterotondo

Cos’è che FAI o che NON FAI, che ti fa sentire incapace?

Perché ti senti incapace?
Stop! Non voglio davvero sentirlo. Il “perché” aiuta a sopportare meglio il “come” (lo spiegava Nietzsche) ma non aiuta mica a risolverlo. Se ti senti incapace puoi darti tante spiegazioni: rimane che ti comporti “come se” lo fossi.

«No, aspetta Flavio, non è che mi comporto “come se”: è che lo sono a tutti gli effetti.»
E non è la stessa cosa? Se ti comporti “come se” fossi stupido, di fatto, almeno agli occhi del mondo esterno, lo saresti.
Ora pensa questo: se ti comporti “come se” fossi incapace, di fatto, ai tuoi occhi, lo sei.

E da qui il libro di Chiara Gamberale. Fare per dieci minuti una cosa diversa ogni giorno, una cosa che non si è mai fatta, può avere un effetto molto potente: ti mostra nuovi modi di vedere le cose. Cioè, potrebbe capitare che così, per gioco, per dieci minuti fai qualcosa che non hai mai pensato di fare e… sorpresa, ti scopri competente in quella!

«Dici che non è troppo facile?»
Sai perché pratico la Terapia Breve Strategica? Considera che prima approfondii per 7 anni Jung, per diventare uno psicoanalista junghiano, e in più la mia ex-Università, la “Sapienza” di Roma, aveva un’impostazione fortemente psicodinamica (quindi sempre di derivazione psicoanalitica).

Sai perché poi, alla fine, ho dirottato verso la Terapia Breve Strategica? Perché è veramente breve. Cioè è vero che risolve i problemi in breve tempo – al contrario di molti approcci psicoanalitici/psicodinamici. E mantiene i risultati nel tempo.
Tutto questo per dire che, in effetti, con le manovre giuste, si ottengono i giusti risultati e li si ottengono in breve tempo.

Naturalmente, Per dieci minuti è un bel libro, interessante, con degli spunti, ma non cambia la vita. Però io questo lo dico sempre: nessun libro ti cambia la vita (semmai può innescare una reazione a catena, o essere un anello di quella catena). Per cambiare, bisogna fare.

Psicoterapeuta a Monterotondo

Molti si sentono anche incapaci di… amare. Cosa fanno per creare questo sentimento?

«Ok, mi hai convinto. E immagino che la tecnica che mi stai proponendo è parte di quella reazione a catena.»
Esatto, è un ulteriore innesco, anche se piuttosto potente nei suoi effetti.

Naturalmente, anche qui, se il problema che vuoi risolvere è davvero tosto e radicato, la tecnica da sola può arrivare fino a un certo punto. Questo è il motivo per cui si va da uno psicoterapeuta: ci segue negli sviluppi e nelle applicazioni di ciò che emerge in seduta, in modo da aggiustare insieme a noi la rotta passo dopo passo, e da toglierci dagli eventuali pantani in cui finiamo. Perdonami questa nota, ma la devo fare per un obbligo deontologico e morale (un po’ come la pubblicità che deve dire “se il sintomo persiste consultare un medico”).

Bene, passiamo alla tecnica ora.
Qualcuno di voi potrebbe già conoscerla, perché ne ho parlato diffusamente in questi anni di blog. È la tecnica del Come Peggiorare, ma con una variante.

Questa tecnica si divide in due parti.
La prima parte la svolgi la mattina. Pensa alla tua difficoltà: solitamente parliamo, come detto dalle prime righe di questo post, di sensazioni di incapacità, di bassa autostima, di scarso senso di autoefficacia, di sentimenti di inferiorità e così via.

Ora, la mattina, pensando a queste tue difficoltà, procurati un quaderno, poi guarda la giornata che hai davanti, pensa al giorno che stai per affrontare, e poniti questa domanda:

Se io, oggi, volessi peggiorare il mio problema, cosa dovrei fare, o non fare, in modo volontario e deliberato?

A questo punto scrivi sul quaderno, a mo di “lista della spesa“, tutte le cose che ti vengono in mente. Mi raccomando, devono essere cose molto concrete, azioni, e devono essere cose che puoi “fare” (o non fare).

Per fare un esempio, una lista potrebbe avere elementi di questo genere:

Terapia breve strategica

Prima parte: ogni mattina compila una lista delle cose che dovresti fare/non fare per peggiorare volontariamente il tuo problema

– rimanere chiuso in casa
– non andare a lezione
– non truccarmi
– isolarmi dal gruppo
– evitare di parlare con Marco
– non prendere la macchina
– parlare poco con gli altri
– non sorridere mai

E così via.
Naturalmente ognuno compilerà la sua lista: questi sono solo degli esempi. L’importante è che la fai rispondendo alla domanda: “Cosa dovrei fare o non fare oggi, volontariamente e deliberatamente, se io volessi peggiorare la mia giornata?”.

Dopo aver compilato la lista, chiudi il quaderno, lascialo a casa, e vivi la tua giornata così come ti viene, senza forzature.

A questo punto arriva la seconda parte della tecnica.

A fine giornata, verso le 19:00, riprendi la lista, guarda a ritroso la giornata e vedi se effettivamente hai fatto qualcuna delle cose elencate. Se sì, mettigli una spunta vicino.

Ad esempio, a fine giornata la lista di sopra potrebbe risultare così:

Psicoterapeuta a Roma

Seconda parte: metti una spunta SOLO accanto alle cose peggiorative che, effettivamente, hai fatto nell’arco di quella giornata.

– rimanere chiuso in casa
– non andare a lezione
– non truccarmi X
– isolarmi dal gruppo
– evitare di parlare con Marco
– non prendere la macchina
– parlare poco con gli altri X
– non sorridere mai

Questo significherebbe che durante la giornata non ti sei truccata e hai parlato poco con gli altri.

Il compito va poi ripetuto la mattina dopo e così per due settimane.

Applicandolo in questo modo cominceremo a verificare con effettiva certezza le nostre sensazioni, le nostre convinzioni di incapacità e cominciamo ad assestare dei primi colpi a quelle emozioni disfunzionali che ci fanno anche sentire di essere incapaci. Potrai effettivamente cominciare a verificare se “ti comporti come se” fossi quel tipo di persona (incapace, inadatta, inadeguata ecc.) che credi di essere.

Metterai insomma alla prova dei fatti le tue convinzioni. Anche se, naturalmente, per farlo devi essere davvero disposto ad avere una mentalità aperta e acritica su te stesso e le tue azioni. La prova del 9, naturalmente, è applicare la tecnica per due settimane, esaminando con cura i risultati ottenuti a ogni fine giornata.

Questa tecnica può essere un ottimo modo per mettere a dura prova le nostre convinzioni, soprattutto quelle che tendono a ritrarci come meno capaci di ciò che, in realtà, siamo. La domanda ora diventa: siamo davvero disposti a migliorare?

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Gamberale, C. (2013). Per dieci minuti. Milano: Feltrinelli.
Szasz, T. (1990). L’incapace. Milano: Spirali/Vel.
Watzlawick, P. (1988). La realtà inventata. Contributi al costruttivismo radicale. Milano: Feltrinelli.

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