Storie: la paura di sbagliare al lavoro

Psicologo a Monterotondo

La paura di sbagliare è molto comune e fa vivere in un continuo stato di tensione

Questa settimana torno con una Storia, cioè un caso tratto da un libro di psicoterapia.

Il tema è la paura di sbagliare, specialmente al lavoro. Si tratta di una paura molto comune e diffusa, forse oggi più di prima, dato che viviamo in un’epoca dove l’efficienza tecnologica e produttiva sono dei nuovi valori – e a volte dei vizi, come dimostrano problematiche quale il workaholism.

Gli autori, ricercatori e terapeuti del Mental Research Institute e del Brief Therapy Center di Palo Alto, che in quegli anni sistematizzarono l’approccio di terapia breve alla cura dei disturbi mentali, dei problemi personali e relazionali, e anche solo delle difficoltà della vita di tutti i giorni, utilizzano la forza del sintomo contro se stesso, mostrando all’epoca (il libro è del 1974) come è esattamente ciò che stava facendo la protagonista a mantenere il problema stesso (tecnicamente si parla di “tentate soluzioni disfunzionali“).

In questo caso, chiedere alla donna di fare deliberatamente e volontariamente ciò di cui aveva più paura (sbagliare), portò a un miglioramento decisivo: la paura di fare un grave errore scomparve in una sola seduta, poiché la mente aveva smesso di focalizzarsi su di essa. Il tutto, senza ricorrere a esplorazioni dell’inconscio o di presunte dinamiche passate.

Buona lettura,

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia


Parecchie persone vivono nel timore continuo di commettere errori. Il più delle volte il numero e la gravità dei loro errori non sono maggiori di quelli degli altri, ma questo dato di fatto – anche se palese – non riesce a mitigare minimamente la loro angoscia. Tuttavia accade che le loro preoccupazioni possano renderle veramente più esposte alla possibilità di lapsus e sbagli – e di solito sono proprio i loro tentativi di evitarli a ogni costo a preparare il terreno per farglieli commettere.

Il caso di una donna, di professione odontotecnico, ci offre un esempio tipico. A quanto ne sapeva, il suo datore di lavoro la riteneva competente e la stimava. La donna, tra l’altro, ammise subito di non avere ancora sbagliato in modo così grave da farsi licenziare. Ma era solo questione di tempo e il tempo lavorava contro di lei perché la paura di commettere un grosso sbaglio diventava sempre maggiore e le rendeva il lavoro (che fondamentalmente le piaceva e di cui aveva bisogno per il suo sostentamento) un’esperienza quasi da incubo.

Psicologo a Roma

Spesso è proprio ciò che facciamo per paura di sbagliare a metterci in uno stato di tensione che ci porterà a… commettere un errore!

Quando la invitammo a commettere intenzionalmente, ogni giorno, un piccolo errore – una semplice svista o una banale distrazione – all’inizio restò atterrita. Come il lettore può intuire, prescrivendole tale comportamento miravamo ad agire sulla sua condotta, che generava il problema, basata come era su un’eccessiva cautela e tesa ad evitare ogni possibile errore – ma per lei era un’idea veramente assurda e nulla avrebbe potuto essere più agli antipodi di quella che a suo parere era la sola soluzione possibile, vale a dire evitare più di prima. Fu necessario spiegarle dettagliatamente le ‘vere’ ragioni che ci avevano indotto a prescriverle quel comportamento […] Le spiegammo che con la pura forza di volontà probabilmente non sarebbe riuscita ad evitare che accadessero gli errori più gravi, ma non si sarebbe mai sentita abbastanza padrona di sé da ritenersi in salvo. Avrebbe dovuto lottare di continuo. Un punto su cui, malinconicamente, si dichiarò d’accordo. Le facemmo poi notare che problemi come il suo si riesce a padroneggiarli quando il soggetto non solo è capace di evitarli, ma anche di crearli a volontà. Per cui era necessario che eseguisse le nostre prescrizioni, perché solo commettendo errori intenzionali avrebbe imparato a padroneggiarli pienamente.

Quando ritornò disse di sentirsi molto meglio, anche se in un certo senso le cose andavano peggio: la promessa di commettere ogni giorno piccoli errori e lo sforzo che richiedeva la loro preparazione la preoccupavano tanto che non aveva tempo di pensare all’altro errore, quello grave. Ma poco dopo cominciò a rendersi conto che tutto quell’esercizio in fondo era abbastanza ridicolo e alla fine produsse in lei un cambiamento2, anche in questo caso senza alcuna esplorazione delle ragioni ‘più profonde’ del sintomo e senza alcun ‘insight'”.

 

Tratto da:
Watzlawick, P., Weakland, J., Fisch, R.
(1974). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi.
Roma: Astrolabio, 1974, pp. 134-135.

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