La sindrome da utopia

Oggi parliamo della sindrome da utopia, descritta da Paul Watzlawick e colleghi

Quante volte ci diamo obiettivi utopici o pensiamo di dover raggiungere mete che abbiamo già superato?

Ho un problema che non è un problema… e voglio risolverlo!

Ti è mai capitato di vedere qualcuno che si dava da fare strenuamente per cercare di risolvere un problema che, in realtà, non aveva? Del tipo: “Vorrei essere più questo, vorrei avere più quello” ecc., quando in realtà ciò che è e ciò che ha va benissimo così!

Paul Watzlawick, John Weakland e Richard Fish, nel loro libro Change. Sulla Formazione e la soluzione dei problemi (riferimento essenziale della terapia strategica) diedero un nome a questa realtà molto comune: sindrome da utopia.

E credo che oggi, a distanza di 40 anni da quella pubblicazione, sia un problema molto attuale.
Per molti.

La sindrome da utopia si trova a tanti livelli.

      1. Nella persona: questo è probabilmente il livello che da più da mangiare a quei guru che puntano alle nostre (normali, umane) debolezze per convincerci di dover migliorare.Già al tempo, Watzlawick e colleghi ci mettevano in guardia: “Guru di tutti i tipi spalancano le porte di paradisi che i santi in cielo non oserebbero neanche dischiudere” (p. 61). Una cosiddetta Università Libera negli anni ’70 apriva la propria costituzione con questa frase: “La condizione naturale dell’uomo è la meraviglia e l’estasi; non dovremmo accontentarci di niente di meno”. Molto ‘naturale’, non c’è che dire.

        Tutti abbiamo il diritto al benessere e anche all’eccellenza e all’eccezionale, per usare due termini in voga tra tanti motivatori. Ma è facile (o almeno spero lo sia) rendersi conto della differenza tra presentare una realtà eccezionale e crearne una.

        «Vorresti dire che dobbiamo accontentarci?»

        Psicoterapeuta Roma

        Un aforisma di Salvador Dalì.

        No, voglio dire che se qualcuno ti dice che puoi sparare alla Luna forse è vero, ma se ti illude che per farlo basta un fucile allora è un bugiardo. Puoi studiare, costruirti il tuo razzo personale, partire per la Luna e una volta lì sparare il tuo colpo (o più semplicemente puoi diventare un astronauta) ma non puoi sparare da qui alla Luna con un fucile. «Che vuol dire questo?»
        Vuol dire che illudere di avere le chiavi di quei famigerati “paradisi” significa mettere le persone in condizione di mortificarsi e deprimersi quando, presa la mira e fatto fuoco, si renderanno conto che il loro proiettile non è arrivato lassù.

        Senza scomodare altri maestri del raggiro, questo lavoro di autoinganno disfunzionale spesso siamo capacissimi di tesserlo da noi: ci poniamo degli obiettivi, delle mete, ma non ci rendiamo conto che la rotta – o forse la meta stessa – è del tutto sbagliata. E così finiamo in trappola nella tela che noi stessi abbiamo ordito. Giorgio Nardone, in proposito, parla dell'”arte di mentire a se stessi“.

      2. Nella coppia: il discorso è lo stesso, ma qui interviene una massiccia dose di influenza mediatica che ha condito la nostra visione dell’amore con un po’ troppe spezie afrodisiache.Se oggi problemi come l’eiaculazione precoce e l’impotenza sono più diffusi che mai, parte del merito va sicuramente all’utopia del rapporto sessuale perfetto. E così, per fare un esempio, le sette ore di sesso tantrico di Sting diventano una sorta di ideale con cui ben pochi potranno reggere il confronto… come se ce ne fosse davvero bisogno.

        E senza andare necessariamente sotto le lenzuola, molti sono i partner che “pensano l’amore” piuttosto che viverlo. “Perché stiamo insieme? Che cosa ci lega? Chi ci pensa nel miele annega”, canta saggiamente Max Gazzè nella sua canzone L’amore pensato.

        Terapia breve strategica

        L’utopia diventa una catena, un limite mentale che ci imprigiona

        E da qui il passo che porta ad azioni anche drastiche, tese a cercare (o a dare) disperate prove d’amore, è breve. Lo stesso, salendo un attimo di livello, si ritrova nella famiglia, nell’ideale di famiglia perfetta e di figli da proteggere a tutti i costi da tutti i mali, col rischio di creare dei veri e propri “deficienti sociali”, nel termine etimologico di deficere, cioè che mancano delle risorse necessarie per superare gli ostacoli della vita.

      3. Nella società: in questo discorso, in realtà, non voglio entrare troppo con questo blog. Basti comunque dire che nel nome del “bene comune” si sono create – e si stanno creando anche oggi – utopie catastrofiche, che allontanano sempre più gli amministratori da coloro che li hanno eletti. E questa piaga è democratica: tocca o ha toccato tutti i colori.

Come si sfugge dalla sindrome da utopia?
Mica facile. Di sicuro con un atteggiamento e una visione più pragmatica e disincantata. Bisogna allenarsi a fare quel che l’antropologo Gregory Bateson chiamava “guardarsi correre dalla finestra”, cioè lavorare sul guardarsi da fuori e riassettare i propri limiti.

Ancora una volta, questo non vuole minimamente dire “doversi accontentare”, anzi, è esattamente il contrario: solo chi è in grado di porre dei limiti concreti è capace di raggiungerli per poi superarli.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

Per approfondimenti
Nardone, G. (2013). L’arte di mentire a se stessi e agli altri. Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G., Rampin, M.
 (2014).
Quando il sesso diventa un problema. Terapia strategica dei problemi sessuali. Milano: Ponte alle Grazie.
Watzlawick, P., Weakland, J., Fish, R. (1974). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio, 1975.

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