Perché abbiamo paura di cambiare

Psicologo a Monterotondo

Rispetto al cambiamento sono evocative le parole che disse Annibale: “O troveremo una strada, o ne costruiremo una”.

Il cambiamento fa paura.
Fosse per noi, metteremmo una firma per far rimanere le cose così come sono.

«Ti sbagli».
Ah sì?
«Due volte!».
Addirittura? Spiegami.
«
Ti sbagli la prima volta perché io amo il cambiamento: odio la staticità e ho sempre bisogno di nuovi stimoli, di nuove esperienze, di sensazioni differenti».
Mmm, continua.
«Ti sbagli la seconda volta, perché se mi trovo in una brutta situazione o in un brutto periodo… come potrei desiderare che rimanga tale?».
Giusto, ottime osservazioni, eppure… non mi contraddicono.

«Ok, spiegami».

Rispetto alla prima osservazione hai ragione: c’è chi vive di cambiamenti, del bisogno di avere sempre nuovi terreni sotto i piedi, nuovi colori, nuovi odori, nuovi suoni e nuove sensazioni da vivere. Ma è proprio qui che risiede la loro paura del cambiamento: hanno paura che un giorno tutto possa trasformarsi e mutarsi in staticità e ordinarietà. Per disegnare un profilo un po’ stereotipato, ma che rende l’idea, sono persone che rifuggono l’idea di metter su famiglia o di avere un lavoro da impiegato d’ufficio. Non è sbagliato, quello che voglio sottolineare è che anche loro hanno paura del cambiamento.

La seconda osservazione è un po’ più strana, ma ugualmente vera. La introduco con un parallelismo: a molti è capitato di vivere una situazione difficile, magari una storia con un’altra persona, e non riuscire a terminarla; bastava poco all’apparenza, come dire “Ora basta”, eppure queste due parole quotidiane non hanno mai varcato la barriera delle labbra. Per quanto immersi in situazioni difficili, anche quotidiane, a volte liberarsi da quelle catene pare difficili, anche se possediamo la chiave per farlo.

A volte, addirittura, ci incateniamo in soluzioni apparenti, che invece ci lasciano annegare lentamente nelle sabbie mobili del nostro problema. Ne parlava in proposito Paul Watzlawick nel suo Istruzioni per rendersi infelici, quando spiegava tutti i modi in cui, paradossalmente, per risolvere un problema non facciamo altro che complicarlo ancora di più.

Perché cambiare ci spaventa?
Cambiare vuol dire guidare senza il navigatore e senza una cartina, allontanandosi dal tragitto tipico di tutti i giorni. E magari quel tragitto ti fa stare male, e lo sai, e lo vivi ogni giorno sulla tua pelle, e sai che non potrai aspettarti cambiamenti da lui, che sarai tu a dover cambiare. Ma dentro di te qualcosa ti frena e ti dice: “Sei sicuro? E se fosse peggio? E se non ce la facessi? Cosa c’è lì, in quella nuova strada che potresti prendere, qualunque essa sia? Ma poi sai veramente quale potrebbe essere? Sai da dove potresti iniziare? E se una volta iniziato volessi tornare indietro? E se non potessi farlo? E se ti accorgessi che è stato tutto uno sbaglio?“.

C’è un pericolo.
Queste frasi sono frasi killer. Sono frasi che costruiscono una realtà il cui titolo è: “Non ce la posso fare”. E una volta imboccata è facile dimenticarsi che il titolo è quello e raccontarsi invece che il titolo è “Non dipende da me”, cioè dare la colpa all’esterno e così imboccare una strada ancora più buia, cupa, insidiosa, perché è la strada dove aspetti che capiti qualcosa, anziché farlo capitare tu.

Cambiare è difficile, per tanti motivi, eppure è l’unica costante che si ripete sempre nella nostra vita.
A volte ti senti come caduto in un burrone, appeso a un ramo con una mano, sospeso nel vuoto. Basterebbe sollevare l’altra mano per cominciare a risalire, ma quella stringe un bagaglio pesante: la paura del cambiamento.

Lasciala andare.
Se ti chiedi qual è la prima cosa da fare, la risposta è semplice: qualunque cosa, purché sia abbastanza piccola da permetterti di raggiungerla velocemente, e totalmente diversa da tutto ciò che hai fatto finora e che non sta funzionando.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

 

Per approfondimenti:
Watzlawick, P. (1983). Istruzioni per rendersi infelici. Milano: Feltrinelli, 1986.

 

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