Sei compassionevole o dipendente? 6 domande per capirlo

Psicologo a Monterotondo e a RomaSe una donna non vuole fare sesso col marito, ma lo fa comunque per fargli piacere, è dipendente o compassionevole?
Questa è la domanda che si è posta Therese J. Borchard, terapeuta di Annapolis (Maryland, USA) che ha pensato 6 domande per capire se siamo compassionevoli o dipendenti.

«Che differenza c’è tra i due termini?»
Sulla scia di Schopenhauer, per compassione possiamo intendere una partecipazione emotiva al dolore altrui (e, più in generale, ai suoi bisogni), che si esprime con sentimenti e gesti di solidarietà e altruismo. Compassionevole è chi empatizza con quanto vive l’altro e sceglie di mettersi a sua disposizione.

La dipendenza affettiva, invece, è una modalità relazionale per la quale la persona si rivolge continuamente agli altri per essere aiutata, guidata, sostenuta, cosa che può avvenire con chiunque oppure, come nella coppia del nostro esempio, esclusivamente all’interno di una relazione specifica. La persona ha solitamente una scarsa fiducia in se stessa, è incapace di prendere decisioni senza un incoraggiamento esterno e fonda la propria autostima sull’approvazione e la rassicurazione altrui. Quest’ultimo punto è molto importante, perché comporta il sentire l’esigenza di accontentare l’altro a priori, anche di fronte a richieste non esplicite, per il timore di perderlo e, quindi, di perdere quella che per lui/lei è fonte di sicurezza e autostima. In realtà nel suo articolo la Borchard usa il termine “co-dipendenza”, che però si trova in un tipo di relazione con sfumature diverse e di cui non mi occuperò qui.

Compassione e dipendenza possono sembrare facilmente distinguibili a una prima occhiata, ma pensandoci bene i loro confini sono molto sfumati. Stai facendo un favore all’altro perché empatizzi con il suo bisogno o perché non puoi fare altrimenti?

Ecco le 6 domande proposte dalla Borchard per scoprire se sei dipendente o compassionevole.

1) Qual è il tuo scopo?
Compatire viene dal latino cum- -passus, “soffrire assieme”. Chi compatisce sente la sofferenza dell’altro e vuole alleviarla, per amore e altruismo. Il dipendente, invece, ha bisogno di sentirsi necessario e cerca accettazione e sicurezza dall’altro. In un certo senso è molto più egoista, che altruista.

2) Come ti senti, emotivamente e fisicamente?
Borchard fa un’analogia tra la dipendenza affettiva e la dipendenza da sostanze: la prima, come la seconda, comporta dei “postumi” e dei “sintomi di astinenza”. Ci si sente al massimo dopo essersi resi utili all’altro, mentre si sta male alla prospettiva di apparire inutili e poco d’aiuto. Più in generale, associati alla dipendenza ci sono sentimenti piacevoli di breve durata e ricerca di nuove occasioni per compiacere l’altro. La compassione, invece, produce uno stato di benessere generalizzato e funzionalmente piacevole.

3) Dai più valore all’altro che a te stesso?
Sia la compassione che la dipendenza richiedono un sacrificio personale, ma la persona compassionevole si prende sempre cura di se, non si annulla continuamente per occuparsi dell’altro. Il dipendente, invece, tralascia i propri bisogni in funzione di quelli dell’altro, atteggiamento che lo porta a diventare sempre più triste, risentito e frustrato quando, alla fine della giornata, non rimane tempo né spazio per sé.

4) Senti di avere una scelta?
La persona dipendente non ne ha: sente che deve prendersi cura dell’altro. Esagerato senso di responsabilità e paura di essere abbandonato sono le catene che lo imbrigliano e che non riesce a rompere. Non vive la libertà di scegliere se esserci per l’altro o no, come invece sperimenta il compassionevole. È imprigionato nella sensazione che accadrà qualcosa di terribile se non si occuperà delle necessità del partner.

5) Quella che vivi è una relazione sana?
La compassione irrobustisce le fibre della relazione, contribuisce all’apprezzamento reciproco, a una comunicazione efficace, alla fiducia. La dipendenza, invece, deteriora la relazione, porta con se i germi della gelosia e del rancore, innesca comportamenti distruttivi e impoverisce la comunicazione.

6) Ti senti in colpa?
Un senso di colpa soverchiante è spesso alla base della dipendenza. È come se il dipendente si dicesse: “Se non ci sono per l’altro, sono cattivo, egoista, immeritevole di amore”.

La dipendenza affettiva è un problema molto diffuso. “Problema” perché può comportare un annullamento della persona tale da compromettere una sana esistenza e anche un sano rapporto di coppia. Lo psicologo può aiutare in queste situazioni a ritrovare una propria dimensione, a incrementare l’autostima, facendo sì che la persona diventi importante per se stessa.

Cosa ne pensi? Ti hanno aiutato queste domande? Lasciami un commento qui sotto e parla della tua esperienza.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Borchard, T.J.
(2013).
Are You Codependent or Compassionate?

 

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3 thoughts on “Sei compassionevole o dipendente? 6 domande per capirlo

  1. riguardo alla prima domanda: ho conosciuto una persona che per.. “altruismo” invadeva la vita del suo malcapitato beneficiato, fino a controllarla e dirigerla, provando poi grande autocompiacimento nel sentirsi necessaria, grande ansietà nel sentirsi oberata di impegni e, dulcis in fundo, oltremodo vittima di cotanta ingratitudine quando finalmente qualcuno tentava di divincolarsi un po’ dalla sua amicizia. C’è abbastanza egoismo ed egocentrismo in questo festival dell’ arroganza?

    • Ciao Sonia, grazie del bel commento: hai toccato delle corde importanti, mettendo in luce i “lati oscuri” di certe relazioni disfunzionali.

      E’ interessante notare che a volte la persona non si rende conto dei significati e delle ripercussioni che i suoi comportamenti hanno sull’altro il quale, spesso, cerca in tutti i modi di spiegargli (prima razionalmente, poi eruttando come un vulcano tutto il cumulo di emozioni che ha via via trattenuto) che gli sta facendo più male che bene. E sono casi che sembrano avere certe dinamiche in comune con lo stalking, se non altro perché (come ho spiegato qui) lo stalker indossa delle lenti distorcenti, quindi tutto ciò che l’altro gli dice per farlo smettere, lui lo interpreta come uno sprone a continuare.

      Grazie davvero di questo commento stimolante.

  2. E’ difficile dare senza aspettarsi nulla, trovo che sia un problema soprattutto sociale. Società e individui sono come il micro e il macro cosmo. Sono anni che mi dedico al volontariato, mi fa sentire bene, domandarsi quale sentimento ci spinge verso l’altro è un primo passo, la dipendenza porta sempre frutti marci.
    Il dare in un rapporto di coppia dovrebbe ispirarsi ad una sorta di piacere di dare, darsi e dedicarsi all’altro, senza dimenticare di osservare le sue reazioni, non possiamo dare per scontato che se doniamo il massimo di noi stessi, il nostro tempo, magari ci annulliamo pure, allora l’altro deve per forza apprezzare, non è così !
    Per non cadere in questa trappola, dobbiamo prima di tutto amare noi stessi, che non significa essere egoisti anzi, se io mi amo e mi dedico tempo, sarò ristorata e in grado di dedicarmi anche al prossimo, mentre al contrario annullandomi non resta niente per nessuno.
    Per fare una metafora carina su ciò, possiamo immaginare un piccolo orticello, avete mai piantato fave? Le fave sono delle piantine che durano soltanto una stagione, se il contadino le da via tutte non si ritroverà i semi per l’anno nuovo.

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