Come aiutare la mente facendo delle pause

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaSecondo una recente ricerca l’attività fisica tiene la mente allenata, tanto da far diventare più perspicaci. Al di là dei contenuti specifici dell’articolo, queste conclusioni sono interessanti da un particolare punto di vista.

Nell’epoca del cogitocentrismo e del workaholic, cioè dell’estrema fede nella razionalità da un lato, e della dipendenza dal lavoro dall’altro, si sottovaluta l’importanza decisiva dello “stacco”. Fare altro, come un’attività fisica, permette alla tua mente di distrarsi, di concedersi delle pause che, in realtà, non solo la ricaricano ma le permettono anche di lavorare meglio.

«In che modo?»
Con almeno 2 possibilità.


La prima deriva dal semplice fare “altro”. Immergersi in qualcosa che ti faccia uscire dalla routine ti consente di acquisire nuove informazioni, di arricchirti con qualcosa fuori dagli scenari  in cui solitamente navighi. È un po’ come se, durante gli “stacchi”, facessi dei viaggi in Paesi stranieri, conoscendo realtà e culture che ti arricchiscono e che potrai riutilizzare una volta tornato nei contesti in cui operi solitamente.

La seconda possibilità che lo “stacco” dà alla tua mente per lavorare meglio deriva dalla pausa in sé. Smettere di leggere un libro o di guardare un film non vuol dire smettere di pensarci. Quante volte ti è capitato di trovare una soluzione a un problema, così, apparentemente per caso, mentre stavi pensando ad altro? Chi pratica sport sa benissimo che deve concedersi delle pause in cui il muscolo non lavora: è in quel momento che gli dà la reale possibilità di crescere. Allo stesso modo, dedicarti ad altro – meglio ancora se a qualcosa di piacevole – permette alla tua mente di prendere le distanze dalla fatica cognitiva richiesta dai compiti abituali, in modo tale da permettergli di elaborare le informazioni con… di-stacco.

«Ok, lo stacco aiuta a riposare la mente e a farla lavorare meglio. Ma come possiamo tradurre tutto questo in un vantaggio per la vita quotidiana?»
Staccando! La riposta è semplice, ma le implicazioni sono ancora più interessanti.

Staccare poco e più volte al giorno

Prima di tutto, considera che lo “stacco” non dev’essere necessariamente eclatante. Spesso bastano 10-15 minuti in cui ti dedichi realmente ad altro, magari ripetuti più volte nell’arco della giornata. Poi, se possibile, è bene staccare in misura proporzionale al carico di lavoro. A tale proposito, considera che se devi lavorare parecchie ore è meglio fare tante piccole pause che poche grandi pause: l’affaticamento cognitivo cresce in maniera esponenziale, quindi se dopo un’ora e mezza bastano 15 minuti per recuperare l’attenzione, dopo 3 ore non saranno sufficienti 30 minuti.

L’abitudine a staccare

Un’ulteriore implicazione è che “staccare” è un’attività spendibile in qualunque contesto. Non solo è utile sul lavoro, ma in qualunque attività in cui ti immergi eccessivamente rischiando di affaticarti.
«Ad esempio?»
Il pensare. Pensare eccessivamente, continuamente, ridondantemente a certe realtà, a certe situazioni, a certi problemi, difficoltà, preoccupazioni non è una soluzione funzionale!

«E quand’è che una soluzione è funzionale
Quando… funziona! Cioè quando scioglie il nodo, aggiusta la situazione, risolve il problema. Pensare e ripensare senza arrivare a una conclusione definitiva – cioè che metta a tacere i pensieri stessi – è solo un altro modo per complicare la situazione, un modo per ingarbugliarti ancora di più nel tentativo di sciogliere la matassa. Anche lì “staccare” si rivela un espediente formidabile, che dà più chance di venire a capo della questione.

psicoterapia breve monterotondo

Un libro per imparare a prendersi delle pause.

Un libro carino sull’argomento, che ti consiglio se vuoi imparare a prenderti delle pause, ha un titolo molto significativo: In pausa. Come l’ossessione per il fare sta distruggendo le nostre menti. Direi che riassume bene il concetto, no?

«Aspetta un attimo! Quindi mi stai dicendo che per poter risolvere un problema… devo smettere di pensarci?!»
Sì. Vale per tutti i problemi per i quali “pensare tanto” non funziona. Può sembrare paradossale, ma riflettiamo su una cosa: se pensare e ripensare a un problema fosse il modo migliore per risolverlo, perché il problema è ancora lì?

«In pratica stai dicendo che per specifici problemi, per i quali ci perdiamo in pensieri e rimuginii incessanti, la cosa migliore da fare per risolverli è bloccare questi pensieri»

Sì, il primo passo da fare è proprio questo: staccare. D’altronde, come diceva Richard Bandler: “Se quello che stai facendo non funziona, qualsiasi altra cosa ha maggiori probabilità di funzionare”.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Psicoterapia Breve e Ipnosi

Per approfondimenti:
Smart, A. (2014). In pausa. Come l’ossessione per il fare sta distruggendo le nostre menti. Milano: Indiana.
Soligon, S
. (30 novembre 2012).
Più attività fisica allena il cervello contro il declino cognitivo.

 

4 thoughts on “Come aiutare la mente facendo delle pause

  1. bello!!! ma come azzecchi il momento giusto per la pausa senza perdere la concentrazione in un momento produttivo? fai qualcosa di standard 25 min di lavoro + 5 pausa?

    • Ciao Elena, grazie per la domanda: è interessante e molto pragmatica!

      Una pratica universale non esiste e io consiglio sempre di calzarla sulle proprie esigenze.

      In linea di massima se il momento è “produttivo” fare una pausa può essere sconveniente, come sottolinei implicitamente.
      E’ bene però evitare di tirare avanti fino al limite, perché a quel punto non basteranno 5-10 minuti per recuperare: meglio fermarsi un po’ prima.
      E’ un po’ come quando arriviamo alla fine di un capitolo e, pur non sentendoci stanchi né avendo altro da fare, decidiamo di fermarci lì per un po’, prima di continuare.

      Su quanti minuti fare di pausa e ogni quanto farli è difficile rispondere.
      Solitamente si dice che dopo 30-40 minuti cala l’attenzione, ma questa è una definizione piuttosto grossolana.
      La psicologia scientifica ci ha mostrato innanzitutto che nei primi 30 minuti c’è un rapido calo dell’attenzione sostenuta e che, successivamente, la rapidità di questo calo rallenta notevolmente.
      Però è anche vero che molto dipende dal tipo di compito che stiamo svolgendo, dalle sue caratteristiche, dalla nostra motivazione, da quanto lo conosciamo, nonché dal nostro stato psico-fisico del momento ecc.

      L’ideale, ancora una volta, è adattare le pause al compito e vedere gli effetti.
      A volte bastano 5 minuti ogni 30; altre volte il compito o il contesto ci impongono di mettere più distanza tra una pausa e l’altra…

      Io, se possibile, evito di lavorare per più di 90 minuti senza una pausa. Ma è anche vero che non sempre rispetto questa regola; ad esempio quando lavoro in team capita di non fare alcuna pausa per ore, ma questo è possibile perché durante il lavoro di gruppo si scherza, si ride, si alleggerisce il carico e, più genericamente, il lavoro “vero” si mischia con piccoli momenti “amicali” in cui si prende un po’ di respiro.

      Evitare comunque di tirare troppo a lungo senza pausa è una buona regola. Il limite, poi, possiamo identificarlo di compito in compito :)

      Grazie ancora e buone feste!
      Flavio

  2. Un articolo davvero molto interessante e utile.
    Quantità non è sinonimo di qualità ma, spesso, ci si dimentica di questo, rischiando di puntare sulla quantità ma perdendo in qualità

    • Più che d’accordo. A volte esageriamo quando basterebbe fare poco. Paul Watzlawick parlava di “iper-soluzioni” quando, nel tentativo di risolvere un problema, si creano soluzioni di tale portata e vastità da divenire loro stesse il problema. E a volte si scopre che il problema non era neanche tale!

      Grazie mille per il commento!

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