Credevi di aver risolto un problema?

Voglio condividere un’esperienza di queste settimane.

Una coppia di miei amici ha comprato una casa nuova ed è andata ad abitarci da un mese. Ha un panorama mozzafiato: è all’ultimo piano e gli ampi balconi si affacciano su tre lati dell’edificio, dominando tutto il paese circostante, con la sensazione d’essere sulla vetta di un monte. Questo è uno dei motivi determinanti che li ha spinti a comprarla; finora avevano sempre vissuto al piano terra e l’idea di avere un panorama – bellissimo, tra l’altro – da ammirare ogni giorno li ha stuzzicati.
Con l’arrivo della brutta stagione, però, sono arrivate anche le sorprese. Eravamo da loro a cena per festeggiare la fine dei lavori e a un certo punto sento un fischio fortissimo, seguito da un ululato agghiacciante. Quando guardo allibito i miei amici questi, sospirando, alzano le spalle: “Questo è il problema di vivere all’ultimo piano e di non avere attorno nessun altro edificio abbastanza alto da ripararti“. Mi spiegano così che questo problema si manifesta in diverse forme. Ad esempio si crea una corrente fortissima ogni volta che aprono due finestre, che finiscono per sbattere violentemente. I grandi balconi, inoltre, sono un problema per lo stendipanni mobile, che finisce sempre per essere scaraventato in terra.

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaRiflettendo su queste situazioni mi è venuto in mente il collegamento a un aspetto molto noto in psicologia, che in realtà attraversa qualunque campo: ogni volta che troviamo la soluzione a un problema, come ad esempio comprare una casa più adatta alle nostre esigenze, si presentano altri problemi connessi proprio a quella soluzione. Come dire che ogni soluzione a un problema comporta dei nuovi problemi.

Gli aspetti e le implicazioni di questa realtà sono stati esaminati in più ambiti e con diverse lenti. Paul Watzlawick, ad esempio, studiò il fenomeno delle iper-soluzioni, quelle soluzioni a problemi – o presunti tali – che, per la loro eccessività, finiscono per complicare ancora di più il problema, o per crearne uno nuovo ancora più grande.
Un’altra versione è quella riassumibile nella frase che Bob Marley cantava in Satisfy My Soul, quando diceva: “In every little action there is a reaction“, che più genericamente sottolinea il fatto che a un’azione ne conseguano altre.

E quindi? Che si fa? Rimaniamo immobili e smettiamo di risolvere i problemi per paura delle conseguenze?
Certo, a volte sembrerebbe la migliore delle alternative, perché ti dà l’illusione del controllo.
A mio avviso uno dei proverbi più efficaci nel descrivere la psicologia dell’uomo è: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa cosa perde, ma non sa cosa trova”. L’uomo non ama  l’incertezza, vorrebbe il controllo su tutto, o quantomeno su ciò che più gli sta a cuore, che più gli interessa. Non è un caso, ad esempio, che una delle paure più associate agli attacchi di panico è quella di perdere il controllo.

Ma l’evoluzione è fatta di soluzioni a problemi, le quali hanno generato nuovi problemi a cui abbiamo trovato nuove soluzioni. E questo vale tanto per l’umanità in generale, quanto per ogni singolo uomo. Imparare a camminare vuol dire cominciare a vivere l’esperienza di un’esplorazione attiva, con tutti i pericoli che può comportare; eppure, proprio affrontando quei pericoli, guardando la paura in faccia e sconfiggendola, possiamo andare oltre e raggiungere i nostri obiettivi, le nostre mete, ciò che desideriamo per stare bene, per essere soddisfatti, per sentirci appagati.

Ogni traguardo sposta l’asticella più in alto, comportando una nuova meta da raggiungere; ma implica anche che tutto ciò che abbiamo alle spalle, l’abbiamo affrontato e superato, includendolo nel nostro bagaglio di esperienze.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Watzlawick, P.
(1986). Di bene in peggio. Milano: Feltrinelli, 1987.

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