Cosa fare con chi ha subito una perdita?

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma

Brindisi e Melissa rimangono scolpiti nella mente. Tutti ci confrontiamo con la perdita, ma viverla così scuote emozioni difficili. Gli psicologi della Puglia ne sono consapevoli e il sistema sanitario li ha messi a disposizione di chi ne ha bisogno.

Ma che può dire la persona comune davanti alla perdita vissuta da un amico?

Cosa vorresti dire, infondo, che l’altro voglia davvero ascoltare? Parole di conforto? Ti sembra che l’altro non riesca a sentirle, immerso nella rabbia e nel dolore. Parole di vicinanza? L’altro è grato del nostro contatto, lo sappiamo, eppure sembra distante, perso in una sua dimensione. Parole di distrazione? Col giusto tatto, possono servire.

Non rischiamo di sembrare freddi e distaccati?

La freddezza si manifesta in finti abbracci e scompare in risa spontanee: si può essere molto caldi mentre si aiuta l’altro a portare la mente altrove. Il distacco, invece, è solo apparente. L’altro sa che la perdita siede silenziosa lì accanto: la sente, la percepisce, la vive, e sa che rimarrà lì per del tempo. Portarlo per qualche momento lontano da lei significa avvicinarlo a noi, al resto del mondo. Non è una fuga, è un momento di pausa dalla sofferenza.

Ma la perdita sembra un grande dolore…

La perdita è un grande dolore. È un viaggio sul fuoco che devi portare a compimento: terminarlo è l’unico modo per lenirne la sofferenza. Lo psicologo a volte è il compagno di viaggio di chi si blocca al centro del fuoco e non riesce ad andare oltre, ma non tutte le volte che viviamo una perdita abbiamo bisogno di ricorrere a lui. Le persone vicine sono lo strumento migliore.

Quando un amico ha appena subito una perdita, le persone che abbiamo in comune mi guardano in attesa, come se in tasca avessi una bacchetta magica da tirare fuori. Sebbene per lavoro mi confronti spesso con la perdita, so che tutte le persone care diventano risorse indispensabili per chi l’ha appena subita.

Ciò che suggerisco a chi non sa come comportarsi, è di iniziare con una cosa semplice: farlo distrarre. Spesso confondiamo l’importanza della persona persa con il dolore della perdita. Parliamo di chi se ne è andato perché ne conosciamo il valore, ed evocarlo sembra riportarlo accanto a noi. Anche chi rimane sa di questo valore, ma rievocarlo in questi primi momenti gli mostrerebbe semplicemente che l’ha perso, portandolo sull’incolmabile vuoto che ha di fronte. Lui sa cosa sta vivendo, sa che dovrà viverlo per un tempo indefinito, allora la cosa migliore è alleggerirgli il viaggio.

Dicevi che delicatezza e tatto non vanno dimenticati, giusto?

Certo. Naturalmente ci ricorderemo che l’altro ha appena subito una perdita e sta vivendo un lutto. Così, eviteremo di apparire superficiali, di sminuire i suoi sentimenti, di spingerlo al divertimento innaturale; senza costringerlo lo terremo impegnato, senza sovraccaricarlo, e pur non conducendolo noi verso quel vuoto non ci preoccuperemo quando ogni tanto sarà lui che ci parlerà – con le parole o con gli sguardi – di ciò che sta provando. Con tatto non negheremo la realtà che sta vivendo, cercheremo solo di attutire le immancabili volte in cui vi poserà lo sguardo.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Il Tempo (21 maggio 2012). Brindisi, psicologi pronti a riaccompagnare il rientro a scuola degli studenti.

2 thoughts on “Cosa fare con chi ha subito una perdita?

  1. E’ molto difficile stare vicino ed essere una risorsa per chi ha perso una persona cara, tanto più quando questa persona cara è un figlio. Una morte, un lutto innaturale, che non ti aspetti e che rappresenta l’incubo peggiore di ogni genitore, “sopravvivere al proprio figlio” . Distrarre e riportare la persona fra noi si, sicuramente, con estrema delicatezza, con tanta sensibilità. Bisogna partire dal presupposto e considerare, che la persona si sente in colpa persino di essere viva, perché doveva stare lei/lui come genitore nella bara e non il figlio/a, e di conseguenza ci si sente in colpa per qualsiasi distrazione, gioia seppur provvisoria, ci si sente in colpa di sorridere, di andare avanti e riuscire a vivere senza …da qui scatta un vuoto che appare ed è incolmabile, un abisso di dolore senza fine. Un dolore così spaventa e spesso allontana invece di avvicinare le risorse intorno ai “genitori orfani”, perché nulla sembra appropriato o sufficiente per alleggerire e lenire una ferita così atroce e si teme di sbagliare. Dalla mia esperienza posso dire che è fondamentale “esserci” ma senza nessun intento o peggio pretesa di voler migliorare o “fare bene”. L’unico modo per lenire il senso di colpa del vivere e del provare a sorridere di nuovo, è legato a ciò che rimane vivo in loro dei propri figli, l’Amore che hanno provato in vita per i loro genitori, la certezza che questi figli venuti a mancare non avrebbero voluto mai, che i loro genitori perdessero ogni senso per continuare a vivere senza di loro.
    Facendo ciò può emergere una ricchezza unica, imparagonabile, persone che nonostante il dolore immenso vanno avanti portando dentro di sé quest’amore come un baluardo, aiutando altri genitori ad affrontare questa morte con la maiuscola.

    Posso solo che essere grata e onorata di aver avuto l’opportunità di sostenere e di “esserci”

  2. E’ molto difficile stare vicino ed essere una risorsa per chi ha perso una persona cara, tanto più quando questa persona cara è un figlio. Una morte, un lutto innaturale, che non ti aspetti e che rappresenta l’incubo peggiore di ogni genitore, “sopravvivere al proprio figlio” . Distrarre e riportare la persona fra noi si, sicuramente, con estrema delicatezza, con tanta sensibilità. Bisogna partire dal presupposto e considerare, che la persona si sente in colpa persino di essere viva, perché doveva stare lei/lui come genitore nella bara e non il figlio/a, e di conseguenza ci si sente in colpa per qualsiasi distrazione, gioia seppur provvisoria, ci si sente in colpa di sorridere, di andare avanti e riuscire a vivere senza …da qui scatta un vuoto che appare ed è incolmabile, un abisso di dolore senza fine. Un dolore così spaventa e spesso allontana invece di avvicinare le risorse intorno ai “genitori orfani”, perché nulla sembra appropriato o sufficiente per alleggerire e lenire una ferita così atroce e si teme di sbagliare. Dalla mia esperienza posso dire che è fondamentale “esserci” ma senza nessun intento o peggio pretesa di voler migliorare o “fare bene”. L’unico modo per lenire il senso di colpa del vivere e del provare a sorridere di nuovo, è legato a ciò che rimane vivo in loro dei propri figli, l’Amore che hanno provato in vita per i loro genitori, la certezza che questi figli venuti a mancare non avrebbero voluto mai, che i loro genitori perdessero ogni senso per continuare a vivere senza di loro.
    Facendo ciò può emergere una ricchezza unica, imparagonabile, persone che nonostante il dolore immenso vanno avanti portando dentro di sé quest’amore come un baluardo, aiutando altri genitori ad affrontare questa morte con la maiuscola.

    Posso solo che essere grata e onorata di aver avuto l’opportunità di sostenere e “esserci”

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