Sei un Facebook dipendente?

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma

Internet dipendenza. Da quando il Dott. Ivan Goldberg più di quindici anni fa le ha dato questo nome, le ricerche nel campo si sono sprecate. E pensare che Goldberg stava scherzando. Mandò a dei colleghi una mail con la parodia dell’ultima versione del DSM (il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, vangelo di molti psic), in cui elencava i criteri diagnostici della dipendenza da internet (fino ad allora mai classificata). Finì che lo presero sul serio.

Sono tutte balle”, cercò di rimediare poi Goldberg. “Non esiste nulla chiamato dipendenza da Internet! Internet può creare dipendenza tanto quanto il proprio lavoro: le persone che si definiscono tali lavorano semplicemente per sfuggire a una serie di altri problemi”.

Ma ormai la palla di neve era lanciata, destinata a divenire valanga. Il che, chiariamo, ha prodotto anche risultati interessanti. Comunque sia, oggi non può mancare all’appello la dipendenza da Facebook. E infatti la psicologa Cecilie Schou Andreassen ha elaborato un questionario per vedere se si è Facebook-dipendenti. Le domande sono queste:

  • Passi molto tempo pensando a Facebook e a collegarti online per usarlo?
  • Senti il bisogno di usare Facebook spesso e per lungo tempo?
  • Usi Facebook nel tentativo di dimenticare i tuoi problemi personali?
  • Hai cercato di ridurre l’uso di Facebook ma senza riuscirci?
  • Ti agiti o diventi irrequieto se ti proibiscono di usare Facebook?
  • L’uso di Facebook ha avuto ripercussioni negative sul tuo studio o sul tuo lavoro?

Niente di nuovo. Dopotutto, in accordo con Goldberg, puoi sostituire la parola “Facebook” con qualunque altro oggetto o attività e ottenere gli stessi risultati: se ha un ruolo totalizzante nella tua vita può essere un serio problema.

Che poi tale dipendenza si sviluppi per sfuggire ad altri problemi è probabile, ma la soluzione deve passare per un’altra strada. Infatti, se pure hai iniziato a usare Facebook (o a giocare d’azzardo, o a bere, o a fumare, o a fare sesso compulsivo, ecc.) per sfuggire alle sensazioni dolorose della fine di una storia, di una crisi coniugale, di un lutto, di un trauma, della perdita del lavoro, o per qualunque altra ragione personale, risolvere – dove possibile! – queste problematiche spesso non dissolve la dipendenza.

Questa ormai può essersi innestata talmente bene da innescare sensazioni forti, durevoli, di cui senti un insopprimibile bisogno. In particolare sensazioni ed emozioni legate al piacere. Puoi pensare al brivido del giocatore d’azzardo, così ben descritto da Dostoevskij. E quella sottomessa al piacere è la più difficile delle rinunce.

In questo campo entra lo psicologo, spesso prima che il problema diventi cronicizzato, poiché una delle sue prerogative è quella di lavorare anche quando il problema è serio, ma non ancora grave. Se anche dovesse essere una situazione cronicizzata, il suo compito sarà quello di sbloccare le risorse congelate della persona, permettergli di godere di nuovo di tutti gli altri piaceri soppressi, e guidarla a interrompere un circolo vizioso che la incatena all’oggetto della sua dipendenza.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Andreassen, C.S., Torsheim, T., Brunborg, G.S., Pallesen, S.
(2012). Development of a Facebook Addiction Scale. In Psychological Reports, vol. 110, Iss. 2., Iss. 2.
Nardone, G., Cagnoni, F. (2002). Perversioni in rete. Le psicopatologie da internet e il loro trattamento. Milano: Ponte alle Grazie.

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