Risolvere i problemi cambiando le premesse

La maggioranza dei problemi non deriva dalle risposte che ci diamo ma dalle domande che ci poniamo”.

Con questo pensiero Immanuel Kant, filosofo del ‘700, ci ha condotto a riflettere su un aspetto particolare della vita: la premessa.Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma
Quante azioni, quanti comportamenti, quanti atteggiamenti dipendono in buona parte dalle premesse da cui parti? Lo stesso comportamento può essere giustificato o ingiustificato a seconda del principio da cui lo fai derivare. Ad esempio, se ti consideri un uomo immeritevole di amore, potresti finire per comportarti come tale, arrivando senza troppi sforzi a rinunciare in partenza a certe possibilità.

“Lei è troppo bella per me” implica che ti consideri non all’altezza di un certo numero di ragazze; implica che tu hai stabilito un livello di bellezza (ma potrebbe essere di intelligenza, di cultura, ecc.) oltre il quale poni delle ragazze a cui tu hai deciso che non potrai mai arrivare. Ecco un altro punto importante, dopo la premessa: l’implicazione.

Aspetta un attimo, non sono io ad aver deciso che quelle ragazze non mi filano” dirà qualcuno giustamente, “sono quelle ragazze che di fatto non mi filano”. È vero, ma tornando a Kant questa osservazione risponde alla domanda: “Perché non tento un approccio con quelle ragazze?”. E se provassi a cambiare la domanda? Se la trasformassi in: “Come posso provare a interessare quelle ragazze?”. La risposta sarebbe diversa e darebbe il via a una serie di comportamenti a loro volta diversi.

Paul Watzlawick, su questa linea, ci faceva osservare come noi agiamo costantemente “come se”.
Chi ti dice se sei capace nel tuo lavoro? “I risultati”. Certo, ma non basta. Quante volte abbiamo incontrato qualcuno che ci pare bravo ma che, quando glielo facciamo notare, risponde: “Tutta fortuna” o “C’è chi sa fare di meglio”, insomma qualcuno che nonostante “i risultati” si auto-squalifica e non si considera bravo? I risultati non bastano finché lui pensa e si comporta “come se” non fosse capace. Perché? Perché interpreterà quei risultati come dovuti alla fortuna, al caso, a qualunque altra cosa ma non alla sua bravura personale – o non principalmente da essa.

Facciamo un altro esempio.
Se ti comporti da geloso, agirai “come se” avessi un motivo sicuro per temere che l’altro ti possa tradire. Questo, da un lato, può implicare che ti consideri in qualche modo inferiore agli altri contendenti. Spiegami: perché ti dovrebbe tradire per qualcun altro? “Perché può trovare qualcuno più attraente di me”. Quindi ti stai considerando meno attraente? E, soprattutto, stai implicando che l’unico criterio per cui state insieme è la tua (scarsa) attraenza? “Ok, va bene, forse non è per l’attraenza che mi potrebbe tradire; forse è perché potrebbe non trovarmi più divertente, o interessante”. Ora hai solo sostituito l’attraenza con delle altre qualità. “D’accordo, non so trovare un perché, so solo che non si sa mai, tutto può succedere”. A volte è questa la risposta ultima, tanto potente perché generalista, poiché afferma tutto e il suo contrario: infatti dicendo “Non si sa mai, tutto può succedere” partiamo dalla premessa (ancora lei!) che per “tutto” intendiamo in realtà solo cose brutte, poiché altrimenti dovremmo ricordarci che in quel “tutto” rientrano almeno al 50% anche eventi positivi. Ancora una volta stiamo agendo “come se”.

Da un altro lato, considerarti brutto, incapace o più generalmente vittima di quel “tutto” avverso, può portarti a compiere, inconsapevolmente, una serie di comportamenti che confermano i tuoi pensieri. Di più: come detto all’inizio, la nostra premessa farebbe sì che vediamo certi comportamenti e atteggiamenti (nostri o altrui) solo da un certo punto di vista, cioè dal punto di vista del geloso (allo stesso modo in cui, come detto l’altra volta, lo stalker sente la vittima dirgli “Non voglio più vederti!” e pensa: “In fondo mi parla ancora, se voleva veramente dirmi ‘basta’ non mi avrebbe più parlato”).

Aspetta un attimo, forse è vero che mi comporto da geloso e non me ne rendo conto, ma c’è un altro fatto: io sarò geloso, ma lei è sempre circondata da uomini”. Giusto, ma è proprio qui che la premessa da cui parti acquista importanza. Se tu pensi e agisci “come se” fossi geloso, leggerai il suo essere sempre circondata da uomini in un modo; mentre se pensi e agisci “come se” non fossi geloso, lo leggerai in un altro modo.

Sembra facile…”. In effetti non lo è, per via di almeno due meccanismi psicologici.
Il primo è stato scoperto da Wason. Anni fa, questo psicologo fece un esperimento dove chiedeva di dichiarare se una certa affermazione fosse vera o falsa (per saperne di più potete andare qui). Ebbene, i risultati dimostrarono che la maggior parte delle persone tende a verificare l’affermazione, ma pochi tendono a falsificarla. Generalizzando, se credi una cosa tendi a cercare tutti gli elementi che la verificano, tendi a interpretare tutti i gesti in modo che la confermino; invece, sarà più difficile che tu vada a cercare gli elementi che la falsificano, a dare interpretazioni che la confutano, che la invalidano. Questo meccanismo è rafforzato da quello della “dissonanza cognitiva”, teorizzato da Festinger, secondo cui, semplificando molto, quando una tua conoscenza pregressa viene messa in discussione da qualche nuova conoscenza ti ritrovi in uno stato di “dissonanza” che cerchi di eliminare, ad esempio aggiustando le informazioni relative alla nuova conoscenza affinché si accordino con quella pregressa. Facendo un esempio semplificato, se sei convinto che “Marco è disonesto” e poi Marco si comporta onestamente, potresti giustificare e reinterpretare il suo comportamento in un modo tale che confermi la tua convinzione iniziale (per saperne di più puoi leggere qui).

Il secondo meccanismo psicologico che rende difficile capire che certi risultati sono determinati dalle nostre premesse, è spiegato dal cosiddetto effetto Pigmalione. Il Prof. Rosenthal disse a delle insegnanti che certi studenti, sottoposti a dei test di intelligenza, avevano mostrato un alto Quoziente Intellettivo, e le loro prestazioni sarebbero inoltre migliorate nel corso dell’anno scolastico. Ebbene, così avvenne; solo che sia il fatto di aver ottenuto alti punteggi di QI, sia la previsione di un miglioramento delle prestazioni, erano delle balle. Cos’era successo? Era successo che le insegnanti, sulla base delle premesse di Rosenthal, si erano comportate diversamente con quegli allievi, dandogli ad esempio delle attenzioni speciali, e facendo sì che le loro prestazioni migliorassero; in altre parole, le aspettative delle insegnanti hanno modificato inconsapevolmente i loro comportamenti che a loro volta hanno modificato i risultati scolastici degli studenti.

“Ma non è possibile che semplicemente gli abbiano dato dei voti più alti?”. È possibile, ma questo comunque ci porta a due considerazioni: la prima è che, in ogni caso, una premessa (“Questi studenti sono eccezionali”) ha fatto sì che delle persone (le insegnanti) si comportassero in modo diverso (in questo caso, per fortuna, positivo); in secondo luogo, venendo trattati meglio (anche solo ricevendo valutazioni più alte), quegli studenti si sono presumibilmente sentiti più gratificati, più incentivati. Naturalmente per etica non è stato possibile vedere cosa sarebbe successo se invece fosse stato detto alle insegnanti che quegli studenti avevano ottenuto punteggi bassi nel QI e che sarebbero peggiorati durante l’anno…

Cosa fare, ora che sappiamo queste cose?
Ora che sappiamo che agiamo costantemente “come se”, possiamo cominciare a modificare le nostre premesse. Proprio lì dove ci sentiamo un po’ deboli, fragili, insicuri, possiamo ogni giorno porci questa domanda: “Come mi comporterei come se fossi più forte, più convinto, più sicuro, ecc.?”. Di tutte le cose che ci verranno in mente, scegliamone ogni giorno una molto piccola ma molto concreta (no “Sarei più felice”, sì “Sorriderei più spesso”; no “Sarei più sicuro di me”, sì “Guarderei gli altri negli occhi”, ecc.) e mettiamola in atto: ogni giorno una diversa. Cominceremo così a cambiare le premesse…
Un altro miracoloso rimedio psicologico?
Mi spiace, ma non esistono i miracolosi rimedi psicologici. Esistono però strumenti che ci permettono di superare diversi limiti con le risorse di cui disponiamo: vale la pena provare e applicarsi.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia


Riferimenti bibliografici
Canestrari, R., Godino,
A. (2007). La psicologia scientifica. Bologna: Clueb.

Watzlawick, P. (a cura di). (1981). La realtà inventata. Milano: Feltrinelli, 1988.


P.S.:
questo giovedì 8 febbraio ci vediamo all’“Aperitivo con lo Psicologo” a Monterotondo, con l’evento: “Baby Massage: l’importanza del contatto madre-bambino”. Trovi maggiori informazioni nella sezione Eventi di questo sito o nella pagina Facebook.

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