“Quale problema ho?” L’autodiagnosi

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaL’OMS ha previsto che, entro il 2020, la depressione sarà la seconda causa di disabilità al mondo dopo le malattie cardiovascolari. La volta scorsa abbiamo parlato del disturbo bipolare – erroneamente chiamato depressione bipolare – e oggi prendiamo spunto da esso sia per porci qualche domanda in più, sia per capire come porcela. Ad esempio, perché questo aumento dei disturbi depressivi? Ritmi frenetici, stile di vita stressante, aspettative troppo alte? I fattori potrebbero essere tanti e molti di noi ci tengono a dire la propria (specialmente certe industrie farmaceutiche). Vedendo questo polverone mediatico il cittadino comincia a incuriosirsi e a cercare qualche informazione, magari partendo da quelli che sono i criteri necessari per porre la diagnosi di depressione, per ritrovarsi poi a fare un “celo manca”, come direbbe Victoria Simoncelli – e chissà cosa evidenzierebbe un sondaggio di Gepi su quanti pensano di essere depressi e perché.

Farsi un’autodiagnosi, ormai, è alla portata di tutti: un click, un tap ed ecco le informazioni comparire sul nostro notebook o sullo smartphone. Semplice, veloce e soprattutto economico; aspetto non trascurabile in tempo di crisi, perché proprio la crisi sta portando a un drastico abbassamento delle spese sanitarie da parte dei cittadini. Il che da un lato è comprensibile, visto che mancano i soldi, da un altro è da monitorare, visto che non possiamo smettere di prenderci cura di noi, e da un altro lato ancora è in un certo senso augurabile.

Chiariamoci. Essere costretti a rinunciare a farmaci e cure non è un bene, per motivi ovvi e palesi. Ma per motivi meno ovvi e palesi in alcune situazioni si dovrebbe evitare di ricorrere al farmaco e all’intervento quando non necessario. Il rischio del poter accedere senza limitazioni a qualunque tipo di cura, infatti, è quello di ricorrervi quando non serve veramente: una forma degenerata dell’efficace slogan “Prevenire è meglio che curare”.

E internet dove si pone in tutto questo? Pensiamoci con un esempio: l’ipocondria (la certezza di avere delle malattie) e la patofobia (la paura di contrarle) galoppano furiose sulla nostra schiena nel momento in cui abbiamo la possibilità di verificarle (possibilità tutta da verificare a sua volta). Come dire: se non sapessimo che esiste una malattia non ci porremmo neanche il dubbio se ce l’abbiamo o meno. Semplice, ma reale. Il problema con internet è che con un paio di click possiamo sapere “tutto” sui disturbi, complici anche blog come questo che vogliono fare informazione. Ma qual è la qualità di quel “tutto”? Già Umberto Eco, nel suo celebre Il nome della rosa, ammoniva che le informazioni vanno tarate a seconda degli interlocutori. È facile parlare di attacchi di panico o agorafobia, ma cosa se ne farà la persona a cui ci rivolgiamo? Per dirla ironicamente con le parole del premio Nobel André Gide, il rischio è quello per cui “se un filosofo vi dà una risposta, non siete più in grado di capire nemmeno la domanda che avevate posto”.

Le informazioni, dunque, non vanno solo apprese ma anche sapute gestire. Facciamo un esempio pratico. Scriviamo su Google “sintomi depressione”. Clicchiamo su uno dei primi siti e vediamo la lista riportata: sensazioni di vuoto, tristezza, ansia; stanchezza, mancanza di energia; perdita d’interesse o piacere per attività quotidiane; problemi ad addormentarsi, risvegli continui o eccessiva voglia di dormire; appetito maggiore o minore del solito; pianto frequente o eccessivo; dolori e disturbi ricorrenti; difficoltà di concentrazione o di memoria; incapacità di prendere decisioni; senso di colpa, di inferiorità o senza speranza; irritabilità; pensieri di morte, fantasie suicide o tentato suicidio. Il sito suggerisce poi che se “alcuni” di questi sintomi sono presenti da più di due settimane, è bene rivolgersi al medico (neanche allo psicologo). Vago? In realtà dice quanto riportato su testi autorevoli. Il problema, di nuovo, sta in come queste informazioni verranno gestite, col rischio di far prendere fischi per fiaschi, o di prendere una zebra, come diceva il Dottor Cox a J.D.: sentire alle proprie spalle un galoppare scalciante e urlare: “È una zebra! È una zebra!” …e invece era un semplice cavallo.

La diagnosi, coi suoi tempi lunghi, è fuori moda, anzi, è proprio anacronistica! Vi pare possibile che nell’Era di internet, dei voli low-cost, dei treni ad alta velocità, di Twitter e del totale azzeramento spazio-temporale, bisogna impiegare del tempo ad andare da uno specialista (a volte pure più di una volta!) per farsi dire quale problema abbiamo? Ahimé, purtroppo questa è ancora la dura realtà, e per quanto gli strumenti siano sempre più efficaci ed efficienti e i tempi più rapidi, la diagnosi ha ancora bisogno di un po’, prima d’essere posta. Una diagnosi accurata, naturalmente.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

P.S.: questo giovedì 16 febbraio inizia l'”Aperitivo con lo Psicologo” a Monterotondo: clicca sulla sezione Eventi di questo sito o visita la pagina Facebook per saperne di più!

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