5 passi per migliorare il tuo rapporto col cibo (2)

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaBene, anche per soddisfare chi mi ha mandato le mail con le sue sperimentazioni, oggi vediamo gli ultimi passi per migliorare il proprio rapporto col cibo e tentare di risolvere piccole difficoltà o accontentare curiosità alimentari. Come già detto nello scorso articolo, faccio riferimento alla “dieta paradossale” elaborata al Centro di Terapia Breve Strategica.

I primi tre passi erano i seguenti:

Primo passo: coltiva delle piacevoli fantasie, cioè ogni mattina dedica qualche minuto a immaginare cosa più ti piacerebbe mangiare, con chi, in che modo…

Secondo passo: se vuoi controllare il cibo, conceditelo, cioè non negarti nessun cibo, poiché se te lo concedi potrai rinunciarvi, ma se non te lo condedi sarà irrinunciabile.

Terzo passo: mangia all’interno dei tre pasti, per dare al piacere del cibo lo spazio e il tempo giusto. Se poi all’inizio cederai, dovrai mangiare cinque porzioni di ogni cosa mangiata fuori dai pasti.

Dunque, vediamo gli ultimi due passi.

Quarto passo: cura il contesto. Mangiare non è introdurre qualcosa di commestibile in bocca. È un rito, lo sappiamo bene: sia perché l’abbiamo visto l’altra volta, sia perché… siamo Italiani! Nonostante la cultura del fast food, mangiare dev’essere un piacere e il piacere si cura anche nel contesto. Per fare un’analogia, non possiamo andare in tuta a un appuntamento galante. Come detto, qui parliamo di “rapporto” con il cibo proprio perché esso evoca sensazioni, emozioni, magari sottili, ma sempre presenti e importanti. Sappiamo che ai colori sono associati particolari stati d’animo (pensiamo al nero del lutto o al rosso della passione) e così alla musica, alle immagini, alle forme… Lo stesso vale per i cibi, tanto che si parla sempre più di “educare alla scoperta dei sapori”. Ma non solo di quelli. Dobbiamo diventare capaci di curare il contesto, di far sì che il cibo venga consumato nell’ambiente giusto, con l’atmosfera giusta. Niente di nuovo, peraltro: i ristoranti più capaci lo fanno, ma anche i bar o altri luoghi di ristoro. Non c’è bisogno di diventare chef o designer, ma solo di spendere pochi minuti in più nel preparare il contesto giusto: apparecchiare secondo i propri gusti, disporre il cibo nel piatto in modo che sia gradevole alla vista, accompagnare il tutto con la bevanda più adatta; mettere un fiore in tavola, o una candela, mangiare in cucina, seduti, con una bella musica in sottofondo, magari rivolti verso la finestra; in compagnia quando possibile, con abiti comodi o eleganti a seconda delle esigenze; e anche nel processo del mangiare, imparare a masticare un po’ di più per godere meglio il cibo, assaporarlo diversamente, concentrandosi sul sapore ma anche sulla consistenza, sulla temperatura, sull’incontro con lingua e palato (bastano 4-5 masticate in più ad ogni boccone per sentire già la differenza). Insomma, tutto ciò per far sì di “evitare che mangiare sia qualcosa di deprimente” (p. 62).

Ultimo passo: rendi il piacere un’esperienza di vita. Lo abbiamo detto più volte in queste pagine: il piacere è una componente importante della nostra vita, è una sensazione base e come tale va considerato; non va negato, escluso o messo da parte, anzi: va coltivato. L’ultimo passo, in realtà, è il compimento degli altri quattro, che può porsi come trampolino di lancio per tutto il resto della nostra vita. Fai che il piacere diventi un’esperienza quotidiana, integralo consapevolmente all’interno della tua vita, in momenti e spazi addetti. Ciò vale anche per chi vuole sfruttare questi articoli per migliorare il proprio aspetto fisico: essere magri è una cosa, essere belli e sani è tutt’altra. Deve “dimagrire” chi è sovrappeso, ma gli altri per lo più devono tonificarsi, modellarsi. E per raggiungere questo obiettivo lo strumento principale è l’attività fisica. La buona notizia è che non esiste l’attività fisica perfetta (a che so io non esiste niente di perfetto in ciò che l’uomo fa, per fortuna: la perfezione oggettiva è uno stato ideale di cose talmente irrealistico da non poter nemmeno essere immaginato): esistono solo attività fisiche piacevoli o spiacevoli, ciò che importa è la costanza nel farle. Proviamo e troviamo quelle che ci piacciono. Qui mi fermo, perché il mio campo considera più gli aspetti psicologici che quelli strettamente fisici – benché sia innegabile la connessione tra i due.

Ora che sappiamo quali sono i cinque passi, riusciremo a migliorare il nostro rapporto col cibo? Come detto altre volte, l’uomo non è un’equazione da risolvere e la psicologia non è una scienza matematica: se vuoi ottenere 2 dovrai fare molto più che sommare 1 + 1. Quello che ho riportato è la sintesi creativa di un metodo testato ed utilizzato con un’alta percentuale di successi all’interno di un valido gruppo di ricerca-intervento; la bibliografia, inoltre, ci mostra come i risultati siano stati divulgati e adattati per chi volesse provare da sé. Fare un tentativo può essere il primo passo, anzi, il passo zero. E se all’inizio sembrerà ardua, ricordiamo con le parole di Fuller che “tutto è difficile prima di essere semplice“.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Nardone, G. (2008). La dieta paradossale. Milano: Ponte alle Grazie.

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