To drink: il fenomeno del binge drinking

Piace ai giovani, nel 2000 debutta sui mass media e ora conquista sempre più popolarità. Chi? Il binge drinking, la costola compulsiva del bere frenetico.

Come funziona? Si prendono un minimo di cinque/sei bevante alcoliche e si ingeriscono rapidamente, senza sorseggiarle, con lo scopo di ubriacarsi immediatamente e perdere il controllo. Raramente si fa da soli: per farlo bene devi essere in compagnia o a un evento particolare. Naturalmente il numero di bevande cambia a seconda degli standard culturali: in Inghilterra, ad esempio, si parla di otto drink per gli uomini e sei per le donne (ma gli inglesi dicono che li raggiungeremo presto), ma il fenomeno è piuttosto giovane, quindi definizioni unanimi ancora non si hanno.

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a RomaIn Italia, comunque, cinque/sei alcolici trangugiati frettolosamente per ora vanno più che bene, dato che la nostra cultura ha sempre preferito accostare il bere al mangiare. Stupisce poco, allora, che il binge drinking riceva plausi e consensi dai giovani: l’emancipazione dal mondo adulto (e quindi da valori e culture sentite troppo lontane) è una necessità e resistere al conformismo coi pari sarebbe davvero troppo.

Più in generale: perché i giovani bevono? La maggior parte perché lo trova divertente, una buona percentuale per l’effetto disinibente o perché li rende felici, e un gruppetto per nulla irrisorio perché fa dimenticare i problemi – purtroppo questo è verosimile lì per lì, ma la tentazione di un attimo di tregua è irresistibile per alcuni.

Gli effetti a lungo termine, ce l’aspettiamo, sono tanti. Nel carrello della spesa delle minacce alla salute trovi danni neurologici (deficit di memoria, di concentrazione, dell’attenzione e del controllo degli impulsi), gastrointestinali (lesioni al fegato, stomatite, glossite, reflusso gastro-esofageo), ematici, del sistema immunitario, di quello endocrino (si arriva a non percepire più il bisogno di urinare e a farsela addosso) e dell’apparato muscolo-scheletrico, fino naturalmente ai problemi per la ragazza in gravidanza, che può procurare al feto danni alle capacità sensoriali e allo sviluppo psichico e neurologico, con ritardo mentale o deficit di apprendimento, memoria, attenzione, nonché difetti estetici e deformità. Nella corsia dei disturbi psichici naturalmente c’è lo sviluppo potenziale di una dipendenza da alcol, a cui si aggiungere depressione, insonnia e disturbi sessuali, più conflitti vari negli affetti e nelle relazioni. Con tutto questo, infine, si mettono dentro al carrello l’aumento del rischio di incidenti in strada e quello di perdere il lavoro, un aumento dell’aggressività e di comportamenti violenti, fino a maggiori tentativi di suicidio e a maggiori possibilità di morte improvvisa (in Italia sono più o meno 25’000 i decessi dovuti all’alcol ogni anno, e un caso di cancro su dieci è dovuto al suo abuso).

Che bisogna fare?

Neanche a dirlo, già c’è chi parla di aumentare l’età legale per bere alcolici. Ma il proibizionismo statunitense degli anni ’20 non portò alla nascita o sviluppo di mercato nero, bande armate, criminalità organizzata, poliziotti corrotti, e fondamentalmente a un aumento del consumo e delle vendite illegali? Lo so che proibire è la strada più immediata, quindi la più facile, ma la domanda è: funziona?

Per ogni pericolo, ci sono uno o più fattori di protezione che ne riducono l’incidenza. In quest’ambito si è notato che alcuni fattori di protezione tradizionali vengono dalla famiglia, dalla scuola, dalla comunità di quartiere, dai centri aggregativi, fattori che guarda caso sembrano essere tutti in crisi, a cominciare dalla più generica crisi dell’autorità, coincidente con l’idea che a figure di cura primarie – genitori e insegnanti – non viene più riconosciuta l’autorità precedente (forse perché deve cambiare forma). Probabilmente, allora, più che proibire bisogna investire nelle risorse, che è sicuramente la strada più costosa ma anche la più redditizia. Andare da uno psicologo o in un SerT va bene, ma si tratta di un intervento di cura, o di un tipo di prevenzione secondaria o terziaria, cioè una prevenzione che si attua quando il problema c’è già. Investire invece sulla psicologia e sugli psicologi come fattori di prevenzione primaria, vuol dire dare la possibilità a tutti gli attori coinvolti – giovani, genitori, insegnanti, scuole e istituzioni in generale – di aumentare i fattori di protezione e ridurre concretamente la presenza, la forza e il danno del bere problematico.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
(
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Baiocco R., D’Alessio M., Laghi F. (2008). I giovani e l’alcol: il fenomeno del binge drinking. Roma: Carocci.
Bartolini, M. (2011). Alcol: consumi in calo, ma è allarme giovani. In Il Sole 24 Ore Sanità, 42, p. 14.
Ghirini, S. et al (2009). Binge Drinking: un’abitudine consolidata nel tempo tra i giovani.

 

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