Oltre la timidezza: la fobia sociale

Dott. Flavio Cannistrà, psicologo a Monterotondo e a Roma

La fobia o ansia sociale è un’estremizzazione patologica della timidezza

Mi sento a disagio, ecco tutto. Poi… ‘a disagio’… Diciamo che non mi piace essere al centro dell’attenzione. Perché dovrei? Sì, in parte credo di avere un po’ paura di fare qualcosa che mi metta in imbarazzo, anche nelle cose semplici – mangiare, parlare, incontrare qualcuno. Preferisco evitare, quando posso. Mi dicono che dovrei uscire di più, vedere più gente, ma io ce li ho un paio di amici: è che non mi piacciono le feste, gli incontri, queste cose qui. A volte mi rendo conto che forse esagero un po’, ma che posso farci? Credo di non avere molta stima di me. Ho paura che gli altri mi critichino, che dicano qualcosa. A volte mi sale proprio l’ansia…

Qualcuno di voi avrà già sentito parlare di questo problema. È noto da tempo, addirittura ne parlava Ippocrate, nel V secolo a.C., e il racconto qui sopra ne sottolinea alcuni aspetti più comuni: il disagio per le situazioni sociali e il loro relativo evitamento, il senso d’imbarazzo per attività apparentemente semplici, il timore delle critiche o di fare brutta figura, una stima di sé non proprio eccezionale. Qui nasce la fobia sociale.

Il 61% degli Italiani prova ansia in diverse situazioni sociali e il 33% dice di sentirsi più ansioso della maggior parte delle persone. È una difficoltà comune, in parte dovuta a influenze culturali: pensate che in Giappone, dove “sbagliare è sbagliato”, i numeri appena visti crescono e nascono nuovi disturbi specifici (come l’hikikomori o il taijin kyofu-sho).

La difficoltà è comune, l’esordio lento e insidioso. È facile capire perché l’adolescenza sia un terreno fertile e la timidezza il seme del problema. Capiamoci: la timidezza è fisiologica, soprattutto a una certa età. Quando però mette radici, si fa strada giorno dopo giorno, dirama in più contesti, in più situazioni, in più occasioni, ecco che dal seme nasce un germoglio, esile, schivo, ma tenace e resistente. È da qui che sbocceranno tutte le conseguenze della fobia sociale, capaci di restare aggrappate per tutta una vita.

Si manifesta con piccoli evitamenti iniziali. Evitare le feste, evitare gli incontri, evitare le situazioni sociali. Non per paura di non potersene andare o di non poter chiedere aiuto (in quel caso forse parleremmo di agorafobia), ma per una paura più sottile, un timore, una sensazione di inadeguatezza, di imbarazzo, di essere sottoposti alle critiche, alle parole, agli sguardi altrui. Con gli evitamenti queste sensazioni vengono tenute a bada, l’ansia si riduce, anzi si diventa talmente bravi a fuggire preventivamente che non la si sente più.

Solo che ogni evitamento è una conferma. Conferma che quel luogo, quell’evento, è insicuro; conferma che c’è qualcosa da temere, qualcosa che non va; conferma che sei incapace, o che gli altri sono strani, imprevedibili, preoccupanti. Il nemico è l’evitamento, il suo mandante è il dubbio: se gli avamposti sono nella nostra testa è difficile liberarsene, come dice Sally Kempton. Perché il dubbio spinge in alto quella sensazione iniziale e la trasforma in pensieri, in conferme, in certezze. E quando crediamo in una realtà, quando davvero ci crediamo, quella esiste.

Educare alla scoperta, questo è il primo stratagemma, valido per chi ancora vive l’aspetto più innocuo della timidezza. Dargli la possibilità di fare da solo, di costruire la fiducia nelle proprie capacità, di constatare le proprie risorse, affrontando ogni giorno un piccolo problema e ricordando che l’aiuto conferma l’amore di chi aiuta, da un lato, e l’incapacità di chi viene aiutato, dall’altro.

Evitare di evitare è il passo successivo, quando il mondo già ci smuove strane sensazioni sgradevoli nello stomaco, che eludiamo con abili inganni mentali, scuse, per non affrontare. Qui diventa necessario spezzare il circolo vizioso prima che s’incancrenisca, prima che si trasformi in abitudine.

Creare dal nulla è lo stratagemma fondamentale quando la difficoltà è ormai un problema concreto, quando la relazione con gli altri e il mondo (e forse anche se stessi) non presenta quasi più serenità, quando lo sguardo preoccupato cerca gli indizi di ciò che la mente teme. A questo livello spesso è d’aiuto il supporto di uno psicologo, difficile per la persona che non vuole lasciarsi guidare, ma necessario per ricostruire una serenità interna ed esterna che si è persa da tempo.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
(vuoi acquistare i libri qui sotto? Clicca sui titoli!)
Cannistrà, F. (2010). Questa esperienza mi ha aperto gli occhi: l’esperienza emozionale correttiva. In Psicologia in movimento, 62/63.
Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. Milano: Ponte alle Grazie.

P.S.: aspetti e capacità relazionali sono alcuni degli obiettivi su cui lavoreremo nel “Corso pratico di Psico-Teatro“. Se ti interessa prenotati per l’incontro di presentazione del 7 ottobre, a Monterotondo. Maggiori informazioni nella pagina Eventi e su Facebook.

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