Siamo geneticamente depressi?

Siamo geneticamente depressi?

“La depressione è genetica”. Questo è il titolo di una serie di articoli che riportano i risultati di un gruppo di studiosi della University of Michigan Medical School (UMMS). Sembrerebbe, infatti, che da un’imponente ricerca condotta su 54 studi, che ha preso in considerazione oltre 40’000 partecipanti, sia emerso come le persone con il gene della serotonina con un allele corto tendano a reagire più negativamente ai momenti difficili rispetto alle persone con i geni della serotonina con gli alleli lunghi.

Avendo considerato tutti gli studi più rilevanti sull’argomento” sostiene il gruppo dell’UMMS, “possiamo confermare che il corredo genetico della persona fa la differenza nel modo in cui lui o lei risponde allo stress”. Questo disconferma una ricerca pubblicata poco più di un anno prima sul Journal of the American Medical Association (JAMA) che dimostrava l’esatto contrario.

Il campo della genetica esula dalle mie conoscenze più approfondite e preferisco evitare opinioni imprecise su studi passati, presenti o futuri (gli stessi autori pubblicati sul JAMA sostengono che la loro ricerca è meno corretta e sistematica di quella dell’UMMS). Tuttavia volevo soffermarmi su quel passo affrettato che mi è sembrato di vedere in alcuni articoli: la depressione è genetica ergo va curata coi farmaci – per fortuna ancora nessuno ha pensato di curarla fin dal concepimento, o magari anche prima.

L’associazione è bizzarra. Se da un lato pare tenere poco in considerazione i risultati ottenuti dalle psicoterapie senza ausilio di farmaci, dall’altro parrebbe dimenticare anche quelli sull’insoddisfacente risultato degli antidepressivi rispetto al placebo. “Appunto” osserverà giustamente il lettore più acuto, “quest’ultima ricerca è un buono spunto per creare farmaci più soddisfacenti”. In effetti, se consideriamo gli avvisi di molti professionisti sulla necessità di associare occasionalmente un supporto farmacologico a quello psicoterapeutico (avvisi sui quali si potrebbe essere d’accordo, a patto di considerare con cura i casi in cui tale supporto è realmente necessario – spesso casi estremamente gravi dove il farmaco va a contenere una situazione acuta per un breve periodo di tempo), pensare di spazzare via aprioristicamente il farmaco è quantomeno un calcolo grossolano. Mostrare un po’ di scetticismo per via di ciò che è stato definito il little dirty secret delle industrie farmaceutiche (cioè la scarsa efficacia degli antidepressivi rispetto al placebo) è già più lecito, mentre andare cauti su affermazioni quali “Scoperto il gene della depressione → Usiamo i farmaci per curarla” è infine doveroso.

Ciò che mi preme sottolineare, infatti, è che ancora una
volta ridurre l’uomo a un fascio di processi biochimici da “raddrizzare” con uguali interventi biochimici è estremamente riduttivo. Se da un lato non c’è bisogno di gridare allo scandalo tutte le volte che l’idea di libero arbitrio viene apparentemente minata dalla scienza (cioè da una creazione dell’uomo), dall’altro va anche detto che un’ottica di mero determinismo ci assoggetterebbe a una visione dell’uomo pari a quella delle macchine.

Se una macchina, poniamo un’automobile, ha delle gomme poco adatte alla pioggia potrà incorrere in maggiori difficoltà rispetto a quella con gomme più adatte. L’uomo, tuttavia, è in grado di apprendere tutta una serie di strategie e di accumulare tutta una serie di risorse che gli permettono la crescita e l’evoluzione: non è, insomma, destinato a viaggiare per sempre con le gomme lisce. Si rischierebbe di pensare che un singolo bullone determini tutta la prestazione dell’automobile, senza contare che l’uomo è appunto un sistema aperto, al contrario delle macchine, il che significa che può ricevere risorse esterne o costruirne di nuove interne che possano eventualmente anche andare a sopperire alla fallacia di quel bullone. Seppure un gene avesse il potere di differenziare le nostre “risposte allo stress”, la vita è in sé foriera di esperienze ed eventi capaci tanto di piegare il più duro dei metalli quanto di sostenere il più fragile degli arbusti. Suppongo, in alte parole, che Davide, la tartaruga e Alessandro Magno avrebbero avuto ben poche speranze se si fossero fermati a considerare le proprie condizioni genetiche – e chissà se farlo non li avrebbe portati alla depressione.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
Karg, K., Burmeister, M., Shedden, K., Sen, S. (2011). The Serotonin Transporter Promoter Variant (5-HTTLPR), Stress, and Depression Meta-analysis Revisited: Evidence of Genetic Moderation. In Archives of General Psychiatry, 68, (5), pp. 444-454.

Vuoi avere maggiori informazioni o prendere un appuntamento?
Chiamami al 340 95 488 35 o compila questo modulo:

Scrivi un Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...