Le parole fanno male

Le parole sono proiettili”, sosteneva Wittgenstein, perciò bisogna fare attenzione a come vengono usate. Alye Pollack, 13 anni, studentessa alla Bedford Middle School di Westport (Connecticut, USA), lo sa bene. “Sembro felice?” dice, sorride, poi aggiunge: “Beh, non lo sono”.

Alye è vittima delle parole. “Puttana, zoccola, mostro, cicciona, lesbica…” sottolinea, “Non passa giorno senza una di queste parole”, che l’hanno ferita e hanno scolpito il mondo attorno a lei, chiuso con le mani in tasca. A scuola viene evitata, tanto da non riuscire ad avere molti amici (“Tre? Quattro?”, si domanda) e sente che vivere da due lunghi anni questa situazione l’ha portata al limite: “Non la faccio finita. Ma ci sono vicina…”.

Alye scrive di bullismo, ma “bullismo” è un’etichetta talmente inflazionata che a volte fa perdere le tracce della sua concretezza, di come si manifesta realmente, di cosa vive chi lo subisce. Sono parole e gesti e comportamenti rivolti da adolescenti ad adolescenti, da pari a pari. Sono persecuzioni e ossessioni e paure che diventano angosce, dolori e vite che ci si chiede se valga la pena vivere. “Le superiori saranno peggio???” si chiede Alye con uno sguardo triste, tenendo i cartoncini con delle dita dalle unghie rose. “Le parole fanno male” e lei, che vive sulla pelle il peso di cui può caricarsi una parola – una così semplice emissione di aria dalla bocca –, ce lo racconta senza di esse, col silenzio greve del testo, con la musica dei suoi sentimenti, con le esplicite emozioni dei suoi occhi. E alla fine l’atto di coraggio: “Aiuto. Pensate prima di dire le cose: può salvare delle vite…”.

Il video ha commosso l’America, ha raggiunto quasi mezzo milione di visualizzazioni in neanche due mesi, producendo decine di risposte e di riflessioni su come creare un ambiente dove i ragazzi si sentano protetti, ma forse sarebbe più giusto dire un ambiente dove i ragazzi non abbiano bisogno di sentirsi protetti. Per ora, è la critica fatta dal Westport News poche ore fa, dalla scuola viene mandato un messaggio di distacco. Il “bullismo”, questa parola, è un sistema complesso e spinoso da affrontare; la letteratura gli associa tanti nomi spaventosi, come Disturbo Oppositivo Provocatorio, Disturbo della Condotta, fino a Disturbo Antisociale di Personalità: nessuno vuole prendere sottogamba la questione, col rischio però di continuare a non usare le parole per salvare. Eppure c’è chi manda un altro tipo di messaggio, una forza maggiore di quella istituzionale: ragazzi e ragazze che si sono stretti attorno ad Alye e, ancora di più, attorno ai propri pensieri, riflettendo su ciò che fanno, riflettendo sui comportamenti e sulle parole, che da proiettili mortali si sono trasformate in conforto, protezione, aiuto.

Penso che l’uomo, nei suoi rapporti con gli altri (nonché con sé e il mondo), metta in atto tre grandi classi di comportamenti e atteggiamenti. La prima è l’indifferenza, con cui evita il contatto, l’azione, la riflessione su ciò che succede all’altro, giustificando o meno il proprio disinteresse, ma scegliendo comunque di non scegliere, di non fare. La seconda è la distruttività, con cui attacca l’altro, tenta di demolirlo, di svilirlo, di svalutarlo direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente, nei propri pensieri o con atti concreti, ritenendo che predominare sia l’unica via possibile per riuscire nella vita o, magari, per sopravvivere; qui ritroviamo quel tipo di comportamenti che in Logica Matematica vengono definiti Giochi a Somma Zero, dove c’è un vincitore a scapito di un vinto, cosicché il risultato della vincita (+1) sulla perdita (-1) sarà uno sconfinato zero. E infine ci sono quei comportamenti e atteggiamenti che rientrano nella classe della costruttività, con cui si crea qualcosa assieme all’altro, che diventa alleato, collaboratore, supporto, risorsa, decidendo di giocare con lui un Gioco a Somma Diversa da Zero, dove o si vince entrambi, cooperando per il successo comune, o si perde entrambi, trovando lo stesso conforto e supporto nel momento in cui ce n’è più bisogno. Alye avrebbe potuto contrattaccare, distruggere come veniva distrutta, ma infine ha scelto la terza: forse non si sentiva in grado di scegliere la seconda, forse è stata troppo a lungo immersa nella prima, ma alla fine ha ottenuto il risultato più importante.

Tutte e tre le classi di comportamento possono essere funzionali al raggiungimento dei propri obiettivi, ma la scelta, la responsabilità e le conseguenze dovute a quale avremo messa in atto sono solo nostre.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
(
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Fonzi, A. (1999). Il gioco crudele: studie e ricerche sui correlati psicologici del bullismo. Firenze: Giunti.
Westport News (5 maggio 2011). The vulnerable and the two faces of Westport.
Westport News (1 aprile 2011). Alye speaks out on response to her anti-bullying video.

 

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