Prigioni mentali

Il video shock parte dalla denuncia della Commissione del Senato che ha visitato tutti e sei gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) italiani. Secondo il sito del Ministero della Giustizia al 30 giugno 2010 quattro di essi superavano la capienza massima consentita e la recente inchiesta della Commissione ha confermato le condizioni di vita disumane. Questo articolo, solidale con la denuncia, parte da essa per porre alcune riflessioni generali.

L’Italia, purtroppo, tarda ancora a recepire completamente un importante messaggio di libertà mentale, che aiuti a ristrutturare le idee che attengono alle aree psic-. Spesso, nel nostro Paese dire “Vado dallo psic-” viene recepito come “Vado dal medico dei pazzi”, sebbene chi opera nel campo della sanità mentale è calato in una vasta gamma di quadri e condizioni. D’altronde, però, già il concetto di “sanità mentale” è a mio avviso equivoco: al suo interno risiede l’idea di una mentalità sana a cui aderire, da contrapporre a una malata da condannare o curare. Se già Jung nella prima metà del ‘900 risollevò la questione dicendo “Mostratemi un uomo sano di mente e lo curerò per voi”, l’idea della pericolosità di una contrapposizione così eccessivamente riduzionista è emersa storicamente in più forme e in diverse correnti di pensiero; ad esempio col movimento antipsichiatrico e, in Italia, con le idee di Franco Basaglia e dei suoi colleghi, che portarono alla legge 180/78 per la chiusura dei manicomi. “Sano” e “malato” sono concetti molto arbitrari (basta leggere e sentire alcune delle storie raccontate nel video e nell’articolo) che possono venire decisi aprioristicamente con criteri investiti di universalità e assolutismo, senza considerare le implicazioni dettate dall’influenza di contesti e situazioni. Così il concetto di ciò che è “sano” crea quello di ciò che è “malato” e che, pertanto, è in qualche modo “sbagliato”, da raddrizzare: questa è l’illogicità schiacciante a cui si può arrivare. Peraltro, per ragioni fortemente insediate dal modo di pensare e di comunicare, chi si è avvalso della professionalità di uno psic- risulta spesso avere, agli occhi degli altri (e ai propri!), le stigmate dell’ex-malato mentale – stigmate assenti per chi ha sopportato diverse patologie organiche molto più comuni e invalidanti di diversi problemi di ordine psicologico. Se l’uomo ha bisogno di categorizzare il mondo, di etichettarlo, anche solo per facilità di comunicazione, il rischio si raggiunge quando un’etichetta approssimativa, superficiale o addirittura sbagliata crea una realtà dagli effetti concreti. Nessuno vuole andare da uno psic- se questo significa “essere pazzo”, termine peraltro mai usato nei libri autorevoli di psicologia.

Le idee e le azioni si esprimono nella vita e nelle interazioni con gli altri e il modo di comunicare le consolida fino a creare la realtà in cui viviamo. È il caso di quei tanti psic- che hanno lavorato con persone (volontariamente scelgo questo termine al posto di “pazienti”) che prima di rivolgersi a loro, per paura dello stigma, hanno vissuto per anni, a volte decenni, con un problema (termine preferibile a “malattia” o “disturbo”, come tra i tanti ci ricordano Watzlawick e colleghi) che andava oltre la loro capacità di risoluzione. Per ristrutturare positivamente questa condizione mi sembra utile l’idea della presenza di tre ordini di problemi: quelli per cui disponiamo delle risorse necessarie e che pertanto risolviamo da soli; quelli per cui abbiamo bisogno di una piccola spinta, un piccolo aiuto; e quelli per cui è necessaria la competenza di uno specialista. È una realtà che credo si adatti a qualunque contesto. Pensiamo ai nostri denti: sappiamo tutti come lavarli più o meno efficacemente con lo spazzolino e il dentifricio; in alcuni casi, però, leggere una rivista, sentire un amico, ascoltare un programma potrebbe rivelarci qualcosa che non sappiamo, ad esempio che per problemi d’alito cattivo è d’aiuto il filo interdentale, o che aumentare di qualche minuto il lavaggio diminuisce notevolmente la possibilità di complicanze; ma quando ci troviamo di fronte a una carie c’è poco da fare, solo il dentista potrà risolverla. Questa struttura potremmo generalizzarla a qualunque circostanza: all’automobile, al computer, alla casa, fino a problemi con noi stessi, con gli altri e col mondo. Scegliere di avvalersi dei servizi di uno psic- vuol dire scegliere qualcuno che, come qualunque altro lavoratore, si è formato per raggiungere le competenze necessarie a svolgere un determinato incarico che, nel caso della psicologia, è quello di “accrescere le conoscenze sul comportamento umano” allo scopo di “promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità” e di “migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace” (Codice Deontologico degli Psicologi, art. 3).

Perché questo discorso? Alcune problematiche della sfera psicologica possono sicuramente portare a un’incompatibilità della persona con le regole su cui si regge la società di riferimento, ma sono le nostre stesse idee, decisioni e azioni che a volte possono determinare quella stessa incompatibilità: se ti tratto da pazzo, ti comporterai come tale – e la dannosità sta nel fatto che “pazzo” è un termine tanto vago, quanto negativo. Il principio secondo cui la realtà la creiamo con idee, azioni e comunicazioni, al punto da portare le persone a fare o non fare determinate scelte e a vedere le cose e gli altri in un modo piuttosto che in un altro, è un principio valido per tutti, cioè anche per chi lavora negli OPG, per chi li dirige, per chi applica le leggi e per chi le crea, ma anche per chi è rinchiuso, che può arrivare a smettere di chiedersi perché è lì dentro e accettarlo come l’unica giusta realtà, e così anche per i suoi familiari, per gli amici, per chi ne sente parlare. Come un virus queste realtà influenzano le idee che le compongono, le modellano e si riproducono, espandendosi ad altre idee che ne partoriscono di nuove, come quella secondo cui se lo psicologo è il “medico dei pazzi”, chi ha un problema attinente al suo campo di intervento (l’infinitamente ampio “comportamento umano” e l’immensa sfera soggettiva del “benessere psicologico”) è per (il)logica conseguenza un pazzo. E da sempre ci guardiamo bene dai pazzi, o meglio, dall’immagine che abbiamo di loro; e se stanno rinchiusi tutti, indiscriminatamente, dietro quattro mura cadenti forse ci sentiamo anche più al sicuro, arrivando a porci le domande giuste quando la situazione è ormai precipitata.

Dott. Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Specialista in Terapia Breve Strategica
e Ipnositerapia

Riferimenti bibliografici
(
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Nardone, G.
(2009). Seminario “Solcare il mare all’insaputa del cielo”. Roma.
Ministero della Giustizia (30 giugno 2010). Detenuti presenti e capienza regolamentare degli Istituti. Situazione al 30 giugno 2010. Giustizia.it
Ordine degli Psicologi (2009). Codice deontologico degli Psicologi Italiani. Psy.it
Sarno, A. (2011). La vergogna degli Ospedali Psichiatrici. Repubblica.it
Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R. (1974). Change. La formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.

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2 thoughts on “Prigioni mentali

  1. Legge 180 chiudono i manicomi, quello che prima era considerato un luogo di cura diventa esso stesso arma di deviazione. Con un gesto di spugna – una legge – fortunatamente i “matti” sono liberi, in parte reintegrati, ma si ritrovano ad affrontare le difficoltà dell’integrazione nel “mondo altro” come… guariti? Come se nulla fosse?
    E quest’altro mondo vive la loro presenza con difficoltà, paure, pregiudizi.

    Molte di queste persone hanno avuto la possibilità di vivere in alcuni appartamenti, come ad esempio nella periferia di Roma, dove sono stati organizzati una serie di alloggi che permettono loro di vivere in comunità, ritrovarsi ed essere seguiti giornalmente da volontari; una loro casa in cui poter scoprire i piccoli piaceri della quotidianità, dove possedere una macchinetta per il caffè e poterselo preparare in qualsiasi momento è vissuto come una conquista.

    Ma prima?

    Un esempio. Campania, un grande progetto: centocinquanta ettari di terreno, un parco, alberi; sembrerebbe l’inizio di una grande costruzione, ma la realtà è fatta di reti che delimitano gli spazi per le sorveglianze, finestre con doppia grata di ferro, apertura e chiusura delle finestre a orari, porte chiuse a chiave in un richiamo all’atmosfera di “the others”.

    In ognuno di questi manicomi all’ingresso i pazienti sono privati degli oggetti personali risultanti pericolosi, ma con essi è spazzata via anche una parte di loro stessi, iniziati ad un percorso di “normalizzazione”. Vengono affiancate le cure, ogni epoca, ogni moda ha i suoi cult. In tempi passati vigevano “le cure alla Rusch“, come il tranquillizzatore o il girotore, pronte a correggere il paziente. Nel 1910 arrivano le sicure e a sentir dire più umane camice di forza, sino a più recenti pratiche quali l’insulinoshockterapia o l’elettroshock. Molto spesso le terapie erano standardizzate e non basate sui singoli problemi dell’individuo.

    Oggi l’eredità di queste persone-pazienti è tra noi. Molti degli odierni pazienti ora liberi dal manicomio, se pur non hanno vissuto alcune delle esperienze sopra citate per motivi logistici, non sono sfuggiti ad altre frustranti e atroci situazioni. E queste persone sono tra noi, fanno parte di questa società, persone con difficoltà, passati traumatici, persone povere finite in queste trappole chiamate manicomi.

    Prima che matti, prima di essere etichette (depressi, schizofrenici…) sono uomini, esseri viventi cui è stata tolta la dignità. “…Nei manicomi ci finiscono i poveri…”, questo fu detto da Basaglia.

    “Chiusi gli occhi.
    Vi fu un breve silenzio, come di un fiato trattenuto. Poi qualcosa si piegò su di me, mi avvinghiò e mi scosse come se fosse la fine del mondo. Whee-ee-ee-ee, lacerò l’aria crepitante di luce azzurra ed a ogni lampo mi colpiva una forte scossa finché pensai che le ossa mi si stessero per rompere e la linfa schizzar fuori da me come da una pianta spezzata in due.
    Mi chiesi quale fosse la cosa terribile che avessi commesso.”
    Ricordo di un’elettroshockterapia.

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