Cosa fare con chi ha subito una perdita?
Brindisi e Melissa rimangono scolpiti nella mente. Tutti ci confrontiamo con la perdita, ma viverla così scuote emozioni difficili. Gli psicologi della Puglia ne sono consapevoli e il sistema sanitario li ha messi a disposizione di chi ne ha bisogno.
Ma che può dire la persona comune davanti alla perdita vissuta da un amico?
Cosa vorresti dire, infondo, che l’altro voglia davvero ascoltare? Parole di conforto? Ti sembra che l’altro non riesca a sentirle, immerso nella rabbia e nel dolore. Parole di vicinanza? L’altro è grato del nostro contatto, lo sappiamo, eppure sembra distante, perso in una sua dimensione. Parole di distrazione? Col giusto tatto, possono servire.
“Non rischiamo di sembrare freddi e distaccati?”
La freddezza si manifesta in finti abbracci e scompare in risa spontanee: si può essere molto caldi mentre si aiuta l’altro a portare la mente altrove. Il distacco, invece, è solo apparente. L’altro sa che la perdita siede silenziosa lì accanto: la sente, la percepisce, la vive, e sa che rimarrà lì per del tempo. Portarlo per qualche momento lontano da lei significa avvicinarlo a noi, al resto del mondo. Non è una fuga, è un momento di pausa dalla sofferenza.
“Ma la perdita sembra un grande dolore…”
La perdita è un grande dolore. È un viaggio sul fuoco che devi portare a compimento: terminarlo è l’unico modo per lenirne la sofferenza. Lo psicologo a volte è il compagno di viaggio di chi si blocca al centro del fuoco e non riesce ad andare oltre, ma non tutte le volte che viviamo una perdita abbiamo bisogno di ricorrere a lui. Le persone vicine sono lo strumento migliore.
Quando un amico ha appena subito una perdita, le persone che abbiamo in comune mi guardano in attesa, come se in tasca avessi una bacchetta magica da tirare fuori. Sebbene per lavoro mi confronti spesso con la perdita, so che tutte le persone care diventano risorse indispensabili per chi l’ha appena subita.
Ciò che suggerisco a chi non sa come comportarsi, è di iniziare con una cosa semplice: farlo distrarre. Spesso confondiamo l’importanza della persona persa con il dolore della perdita. Parliamo di chi se ne è andato perché ne conosciamo il valore, ed evocarlo sembra riportarlo accanto a noi. Anche chi rimane sa di questo valore, ma rievocarlo in questi primi momenti gli mostrerebbe semplicemente che l’ha perso, portandolo sull’incolmabile vuoto che ha di fronte. Lui sa cosa sta vivendo, sa che dovrà viverlo per un tempo indefinito, allora la cosa migliore è alleggerirgli il viaggio.
“Dicevi che delicatezza e tatto non vanno dimenticati, giusto?”
Certo. Naturalmente ci ricorderemo che l’altro ha appena subito una perdita e sta vivendo un lutto. Così, eviteremo di apparire superficiali, di sminuire i suoi sentimenti, di spingerlo al divertimento innaturale; senza costringerlo lo terremo impegnato, senza sovraccaricarlo, e pur non conducendolo noi verso quel vuoto non ci preoccuperemo quando ogni tanto sarà lui che ci parlerà – con le parole o con gli sguardi – di ciò che sta provando. Con tatto non negheremo la realtà che sta vivendo, cercheremo solo di attutire le immancabili volte in cui vi poserà lo sguardo.
Riferimenti bibliografici
Il Tempo (21 maggio 2012). Brindisi, psicologi pronti a riaccompagnare il rientro a scuola degli studenti.
Controllare la vita
“Le circostanze della nostra vita in realtà contano meno per la nostra felicità che il senso di controllo che sentiamo sulle nostre vite”.
Lo sostiene Rory Sutherland, uomo al centro della rivoluzione del campo pubblicitario. E col suo aforisma, Rory Sutherland dimostra di sapere bene come funziona la nostra mente.
“Un nuovo articolo sul controllo?”, chiederà il lettore assiduo. E come farne a meno, dopotutto? Il controllo è al centro della società moderna, nel bene e, purtroppo, spesso nel male.
Ad esempio, sai che uno dei sintomi base degli attacchi di panico è la paura di perdere il controllo?
E che l’ipocondria porta a costanti controlli medici alla ricerca di una malattia che non c’è – ma che si è certi di avere?
Che chi soffre un’ansia invalidante tenta di controllarne le reazioni psicofisiche – tachicardia, affanno, vertigini, paura… – seppure senza risultato?
O che nell’anoressia emerge il tentativo di avere un estremizzato controllo sul cibo così come sulla propria vita?
Questi esempi sono l’apice patologico di una tendenza fisiologica al controllo. Il controllo in sé infatti è normale, è utile: siamo bombardati da migliaia di stimoli al secondo, che legati insieme formano un’esperienza complessa e sfaccettata a cui si deve dare un senso, pena l’esclusione dal mondo.
Il problema non è il controllo. Il problema è quando il controllo ci controlla. Quando diveniamo sottomessi a ciò che vorremmo sottomettere proprio perché abbiamo tentato di sottometterlo. I tiranni sono caduti per via della loro tirannia, che ha portato a rivoltarsi proprio coloro che dovevano essere controllati. Allo stesso modo, la vita tutto ci concede, tranne di essere controllata – non come un mulo con le briglie a cui si impone l’unico compito di andare dove gli viene ordinato. Da qui, il tentativo di sottometterla a un controllo totalizzante è destinato a produrre difficoltà e problemi – di cui le psicopatologie citate qualche riga fa sono solo uno degli esempi.
“Quindi lasciamo perdere tutto? Torniamo a vivere nudi nei campi di fiori come animali senza pensieri?”, chiederà il lettore ironico, ma è uno scenario più vicino a un bel romanzo che alla nostra realtà.
Estremizzare non serve, sia da un lato che dall’altro, perché è proprio l’estremismo che porta al successo catastrofico. Occorre dosare, come facciamo col sale, coi complimenti, con l’allenamento. Dosare il controllo, per renderlo controllabile anziché controllante.
A cura del Dott. Flavio Cannistrà
psicologo a Roma e a Monterotondo
Sei un Facebook dipendente?

Internet dipendenza. Da quando il Dott. Ivan Goldberg più di quindici anni fa le ha dato questo nome, le ricerche nel campo si sono sprecate. E pensare che Goldberg stava scherzando. Mandò a dei colleghi una mail con la parodia dell’ultima versione del DSM (il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, vangelo di molti psic), in cui elencava i criteri diagnostici della dipendenza da internet (fino ad allora mai classificata). Finì che lo presero sul serio.
“Sono tutte balle”, cercò di rimediare poi Goldberg. “Non esiste nulla chiamato dipendenza da Internet! Internet può creare dipendenza tanto quanto il proprio lavoro: le persone che si definiscono tali lavorano semplicemente per sfuggire a una serie di altri problemi”.
Ma ormai la palla di neve era lanciata, destinata a divenire valanga. Il che, chiariamo, ha prodotto anche risultati interessanti. Comunque sia, oggi non può mancare all’appello la dipendenza da Facebook. E infatti la psicologa Cecilie Schou Andreassen ha elaborato un questionario per vedere se si è Facebook-dipendenti. Le domande sono queste:
- Passi molto tempo pensando a Facebook e a collegarti online per usarlo?
- Senti il bisogno di usare Facebook spesso e per lungo tempo?
- Usi Facebook nel tentativo di dimenticare i tuoi problemi personali?
- Hai cercato di ridurre l’uso di Facebook ma senza riuscirci?
- Ti agiti o diventi irrequieto se ti proibiscono di usare Facebook?
- L’uso di Facebook ha avuto ripercussioni negative sul tuo studio o sul tuo lavoro?
Niente di nuovo. Dopotutto, in accordo con Goldberg, puoi sostituire la parola “Facebook” con qualunque altro oggetto o attività e ottenere gli stessi risultati: se ha un ruolo totalizzante nella tua vita può essere un serio problema.
Che poi tale dipendenza si sviluppi per sfuggire ad altri problemi è probabile, ma la soluzione deve passare per un’altra strada. Infatti, se pure hai iniziato a usare Facebook (o a giocare d’azzardo, o a bere, o a fumare, o a fare sesso compulsivo, ecc.) per sfuggire alle sensazioni dolorose della fine di una storia, di una crisi coniugale, di un lutto, di un trauma, della perdita del lavoro, o per qualunque altra ragione personale, risolvere – dove possibile! – queste problematiche spesso non dissolve la dipendenza.
Questa ormai può essersi innestata talmente bene da innescare sensazioni forti, durevoli, di cui senti un insopprimibile bisogno. In particolare sensazioni ed emozioni legate al piacere. Puoi pensare al brivido del giocatore d’azzardo, così ben descritto da Dostoevskij. E quella sottomessa al piacere è la più difficile delle rinunce.
In questo campo entra lo psicologo, spesso prima che il problema diventi cronicizzato, poiché una delle sue prerogative è quella di lavorare anche quando il problema è serio, ma non ancora grave. Se anche dovesse essere una situazione cronicizzata, il suo compito sarà quello di sbloccare le risorse congelate della persona, permettergli di godere di nuovo di tutti gli altri piaceri soppressi, e guidarla a interrompere un circolo vizioso che la incatena all’oggetto della sua dipendenza.
A cura del Dott. Flavio Cannistrà
psicologo a Roma e a Monterotondo
Riferimenti bibliografici
Andreassen, C.S., Torsheim, T., Brunborg, G.S., Pallesen, S. (2012). Development of a Facebook Addiction Scale. In Psychological Reports, vol. 110, Iss. 2., Iss. 2.
Nardone, G., Cagnoni, F. (2002). Perversioni in rete. Le psicopatologie da internet e il loro trattamento. Milano: Ponte alle Grazie.
Il bisogno di controllare
Hai acceso lo smartphone? Sei online? Hai sentito le ultime al telegiornale? Hai controllato l’e-mail? Oggi puoi essere ovunque in qualunque
momento. L’ubiquità è realtà. Il mondo del lavoro ne è grato e i profitti crescono – cresce anche lo stress, ma questa è un’altra storia.
A pensarci bene tutto è cresciuto, anche il nostro bisogno di controllare. Quando uscirono i primi computer, o i primi cellulari, o in generale qualunque tecnologia innovativa nel campo del lavoro, lo slogan era: “Farai tutto più rapidamente e finalmente avrai più tempo per te!”. La realtà, invece, è che fare tutto più rapidamente significa aumentare il numero di cose che puoi fare. Se prima in un’ora facevi 10, ora la tecnologia ti permette di (o, forse, ti costringe a) fare 100. Ancora una volta, il paradosso: ciò che avrebbe dovuto aiutarci ad avere più tempo libero, ce l’ha ridotto.
Lo stesso vale per la sicurezza. Si diceva: “Coi cellulari potrete raggiungere con facilità i vostri cari”, ma la conseguenza è che sta crescendo l’ossessione di sapere dove sono. D’altronde se ora sei sempre raggiungibile in qualunque luogo, nel momento in cui ciò non è possibile scatta l’allarme – mentre prima si dava più serenamente la colpa al traffico o qualche altro evento comune.
Poter controllare meglio non vuol dire avere più controllo. Anzi. Poter controllare meglio implica che il controllo possa esser perso con maggior facilità. È l’idea alla base di tante storie di fantascienza di qualche decade fa, dove si immaginava l’uomo del futuro vivere in case ipertecnologiche che, per qualche assurda o banale ragione, smettevano di punto in bianco di funzionare, facendo sì che egli, ormai incapace di fare da sé certe cose, si trovasse a vivere problematiche inconcepibili – come aprire una porta con le mani anziché premendo un pulsante.
Come per l’uomo dei racconti di fantascienza, di fronte a una tecnologia che ci offre più controllo la nostra psiche si modifica, cambia la percezione del mondo, il modo in cui lo vediamo, in cui lo viviamo, il modo in cui ci comportiamo. Immersi tutti i giorni, tutto il giorno, in un mondo che garantisce il controllo assoluto (o meglio: che ci illude di averlo), nel momento in cui questo non c’è più ci troviamo d’improvviso spaesati, o inquieti, o innervositi, o spaventati anche.
Impossibile uscirne? No, possibile.
Immaginiamo il controllo come un muscolo gonfio, ipertrofico, poiché sottoposto per lungo tempo a uno strenuo allenamento. Se, di punto in bianco, questo viene a mancare, si sgonfia, ci sono ripercussioni date dal cambiamento improvviso: è ciò che accade quando il controllo, per una ragione o per l’altra, non è possibile. Ma se invece cominciamo a diminuire molto lentamente l’allenamento, diamo il tempo al muscolo di tornare a dimensioni più appropriate, quelle strettamente necessarie a svolgere le sue funzioni abituali: così, quando il controllo verrà a mancare non sarà più traumatico. Come fare? Comincia con piccole, minimali, nuove abitudini. Controlla l’email una volta in meno al giorno, lascia il cellulare in macchina quando ne scendi per comprare il giornale, ogni tanto cambia strada, o gusto del gelato. Banale? Parte proprio da qui la flessibilità, dal modificare leggermente quelle abitudini più rigide e radicate innaffiate dall’eccessivo controllo. Così potrai iniziare tu a sottomettere il controllo, anziché far sì che sia il controllo a sottomettere te.
A cura del Dott. Flavio Cannistrà
psicologo a Roma e a Monterotondo
Dallo stress al cancro: possiamo difenderci?
Lo stress fa venire il cancro. È la conclusione preliminare a cui sono arrivati i ricercatori dell’Università di Standford (California) guidati da Firdaus Dhabhar. In realtà non è il primo studio a favore di questa ipotesi. Galeno la sosteneva già tra il I e il II secolo d.C., notando che le donne depresse erano maggiormente esposte a malattie tumorali, e più recentemente altri autori riportano che le patologie tumorali siano più frequenti in pazienti aventi caratteristiche quali la tendenza a non affrontare i problemi e i conflitti, scarsa capacità introspettiva, atteggiamenti relazionali rigidi e conformisti, difficoltà a esprimere liberamente i propri sentimenti, minimizzazione delle emozioni e inibizione dell’aggressività, vissuti depressivi, senso di sfiducia e altro ancora (Trombini, Baldoni, 1999).
Ma le ipotesi e le ricerche in merito sono tante e, non di rado, contrastanti.
Lo stress, tuttavia, non fa bene. Questa è una percezione comune e anche il risultato della maggioranza delle ricerche. Certo, dovremmo prima definire di che tipo di stress parliamo. Si distingue infatti uno stress positivo (eustress), caratterizzato da esperienze costruttive e appaganti poiché capaci di tenerci attivi e carichi, da uno stress negativo (distress), che è quello di cui di solito ci lamentiamo, verso cui ci difendiamo fisicamente e psichicamente, che può comportare lo sviluppo di disturbi psicologici e malattie fisiche.
Hans Selye, fisiologo viennese interessato al legame malattie-stress, definì quest’ultimo come “la risposta non specifica dell’organismo a ogni richiesta di cambiamento”. Se ci pensi, a ogni cambiamento corrisponde una risposta di adattamento. Ebbene, quando il cambiamento è dato da uno stimolo nocivo (che può esserlo nell’immediato, o può diventarlo se prolungato), secondo Selye sviluppiamo la sindrome generale di adattamento (general adaptation syndrome, GAS), che provoca un’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con conseguente aumento di ormoni steroidi corticosurrenali, che hanno una funzione adattiva fondamentale.
Successivamente gli studi in materia si sono fatti più approfonditi. Tuttavia, la GAS è stata divisa in 3 fasi ancora degne di interesse.
La prima è la fase di allarme: si hanno alterazioni di tipo biologico e ormonale, ad esempio con aumento di ormoni cortico-surrenali, accellerazione del battito cardiato, ma anche con un’aumentata attivazione psicofisiologica.
La seconda è la fase di resistenza: il corpo cerca di contrastare gli effetti dello stimolo nocivo, producendo risposte specifiche e riducendo le difese verso altri stimoli.
Infine c’è la fase di esaurimento: le difese crollano e l’effetto di adattamento scompare.
Questo processo, se prolungato, porta a danni organici e a scompensi metabolici, fino al determinarsi di malattie o disturbi. Ne possono risentire il nostro organismo, attività fisiologiche che coinvolgono respirazione, digestione, ossa e muscolatura, ma anche i nostri comportamenti, le risposte emotive, le abitudini legate a cibo e sonno, la concentrazione, l’attenzione… Da qui, il passo verso veri e propri disturbi o malattie organiche è facile da immaginare.
Spesso la gestione dello stress è difficile perché siamo entrati con tutti e due i piedi in un circolo vizioso di comportamenti e atteggiamenti difficili da identificare, ridurre o correggere. Come un allenamento fatto male, i risultati possono essere nocivi e occorrerebbe un allenatore che in tempi brevi reindirizzasse le energie e sbloccasse le risorse.
Lo stress è una battaglia che può determinare l’esito della guerra. Occorre vincerlo, per arrivare fino in fondo a ogni giorno.
A cura del Dott. Flavio Cannistrà
psicologo a Roma e a Monterotondo
Riferimenti bibliografici
Berardi, L. (2012). Stress. L’ansia fa venire il cancro.
Trombini, G., Baldoni, F. (1999). Psicosomatica. Milano: Il Mulino.
“Come te la cavi col sesso?”
Siamo nell’epoca della pillola. La pillola può tutto. Chi l’ha detto? I venditori di pillole, probabilmente; non gli inventori, che usano comunicazioni più caute. Come Ippocrate e gli antichi medici, che nella parola “farmaco” racchiusero un doppio significato: medicina e veleno. Come dire: poco e giusto va bene, ma il troppo stroppia.
Siamo anche nell’epoca del sesso felice, delle grandi prestazioni. Chi ha deciso come si deve fare il sesso? Gli “esperti” – e personalmente sarei molto curioso di sapere come si diventa esperti di sesso.
Questo il mix che può darci idea di una delle strade da cui partono comportamenti, spesso riportati dai mass media, messi in atto da giovani e meno giovani che ambiscono col proprio partner a esperienze sessualmente indimenticabili. O che semplicemente non vogliono fare cilecca. Perché dovrebbero, poi? Il sesso è una delle cose più naturali del mondo, farlo dovrebbe essere piuttosto semplice.
O no?
Grandi menti ci avvertono che “in ogni arte la semplicità è essenziale” (lo diceva Arthur Schopenhauer), probabilmente anche in quella dell’amore, e che “la verità si ritrova sempre nella semplicità, mai nella confusione” (questo invece era Isaac Newton).
“E tradotto in pratica?”, chiederà il lettore,
In pratica l’hanno tradotto Paul Watzalwick e i suoi colleghi di Palo Alto, quando spiegarono il paradosso del “Sii spontaneo“: se cerchi di produrre un comportamento spontaneo, lo inibisci. Se ti chiedo di essere spontaneo inibisco la tua spontaneità, poiché se mi accontenti non sei spontaneo (stai assecondando una mia richiesta, non stai facendo qualcosa di “spontaneo”), e se non mi accontenti… non sei appunto spontaneo. Questa è una richiesta paradossale.
Altri esempi? “Sii felice“, come se la felicità si potesse produrre con un ordine. “Non essere depresso“, idem. “Smettila di dire sempre di ‘Sì’“, detto a qualcuno che, se ci dirà di ‘Sì’ contravverrà alla nostra richiesta, e se non lo farà, pure. Ecco, prendiamo quest’ultimo caso. Il poverino si trova in uno stato confusionale dato dalla richiesta paradossale. Che fare? L’unica sarebbe scappare, rifiutarsi di obbedire, ignorare la richiesta. Ma è sempre possibile? No, soprattutto quando la richiesta paradossale la stiamo facendo noi a noi stessi – o pensavamo che simili richieste vengono solo da altri?
Torniamo un secondo al sesso e vediamo il suo legame con la richiesta paradossale.
La mente, confusa da manuali e consigli pratici su come andrebbe fatto “l’amore fatto bene”, comincia a entrare in conflitto con se stessa. Lì dove ci doveva essere semplice consapevolezza di uno stato di piacevole eccitamento, entra prepotentemente la coscienza (o per meglio dire il dubbio) di come questo stato dovrebbe “in realtà” essere. Sopra o sotto? Davanti o dietro? Più o meno lungo? E l’amore diventa qualcosa di sempre meno spontaneo, e qualcosa di sempre più simile alla gara di un quiz televisivo.
La pillola serve a poco. I prodotti afrodisiaci li conoscevano già dall’antichità (e già da allora sapevano che in realtà si trattava in buona parte, se non del tutto, di suggestione) e, a parte vere disfunzioni organiche (che dovrebbero essere accertate da un medico, non da internet), il loro effetto serve a ben poco se è la mente a giocarci brutti scherzi. E che sia la mente non c’è dubbio, visto anche il fatto che poche sedute con uno psicologo competente in materia possono liberarci dal paradosso in cui ci siamo intrappolati, come mostrano diversi studi (Nardone, Rampin, 2005).
Ora che lo sappiamo, il nostro compito è chiaro: riappropriarci della sessualità e trasformare l’amore in qualcosa che, citando il cantante Caparezza, “non si dice: si fa“.
A cura del Dott. Flavio Cannistrà
psicologo a Roma e a Monterotondo
Riferimenti bibliografici
Nardone, G., Rampin, M. (2005). La mente contro la natura. Milano: Ponte alle Grazie.
P.S.: questo venerdì vi aspetto a Monterotondo per l’evento “3 Libri in 30 minuti”. Il tema dell’incontro sarà: “Di bene in peggio: istruzioni per rendersi infelici”. Maggiori informazioni nella pagina Eventi di questo sito e sulla mia Pagina Facebook.
Le lesbiche sono malate?
Le lesbiche sono malate.
È quello che pensa lo Stato Italiano? No, è quello che un giornalista pensa che pensi lo Stato Italiano, pubblicando un articolo su L’Espresso intitolato: “Lesbiche? Per lo Stato sono malate“.
Ma andiamo con ordine.
Il nostro Sistema Sanitario Nazionale utilizza un sistema di classificazione di malattie e disturbi chiamato ICD (International Classification of Diseases), stilato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tale sistema è attualmente alla decima revisione (ICD-10), ma per determinate funzioni in Italia il servizio pubblico utilizza ancora la nona (precisamente la ICD-9-CM). Su quest’ultima è presente il “lesbismo egodistonico“, assente nell’ICD-10.
Tanto basta per far scrivere al giornalista che “per lo Stato le lesbiche sono ‘malate’” e che la colpa è di quei “ritardi burocratici” che non hanno ancora permesso di adottare l’ICD-10. Quando questo avverrà saremo in un mondo più equo: sull’ICD-10 infatti non si discriminano più le lesbiche, ma tutti quanti, dato che si parla di “orientamento sessuale egodistonico”.
Ok, calma, in realtà non è discriminato proprio nessuno. Facciamo chiarezza.
L’ICD-9-CM non condanna nessuno. La critica presente nell’articolo è erronea, perché parte da un grossolano fraintendimento: non ha chiaro che cosa vuol dire “egodistonico”. Questa parola è il contrario di “egosintonico”, da ego- (Io) e sintonia, cioè “in sintonia con l’Io”, condizione che si può manifestare in tantissimi ambiti – non solo in quello sessuale.
Cosa succede dunque in caso di “egodistonia”? Succede che delle tue idee, pulsioni, emozioni, sentimenti, ecc. sono in conflitto con altre concezioni che hai di te stesso. Per fare un esempio semplice ma efficace, una donna con un orientamento sessuale egodistonico potrebbe sentire attrazione per altre donne, provare certe emozioni e sensazioni tipiche dell’innamoramento e dell’amore, ma al contempo pensare che queste emozioni, sensazioni, ecc. siano inaccettabili, vivendo uno stato di sofferenza psicologica che magari la portano ad attuare comportamenti problematici. Il problema non è che le piacciono le donne, ma che sta vivendo un conflitto. L’egodistonia, poi, si ritrova in tanti altri casi, come ad esempio nella fobia per gli animali: sappiamo che un gattino è in sé innocuo, ma il solo vederlo fa impazzire dal terrore chi ha sviluppato una fobia.
“Quindi l’omosessualità non è una malattia?“, chiederà un lettore. Assolutamente no. Semplicemente ci sono certe condizioni di sessualità (etero-, omo-, bi-) che vengono vissute con disagio; e questo non perché quell’orientamento sessuale in sé sia sbagliato – mai visto un orientamento sessuale sbagliato – ma perché in quell’individuo, per qualche ragione personale, è vissuto con conflittualità.
L’ICD-10, anziché distinguere omosessualità egodistonica, lesbismo egodistonico, ecc., ha riunito tutte quelle problematiche sessuali dovute all’egodistonia all’interno di una classe chiamata “orientamento sessuale egodistonico”, condizione nella quale “l’identità o la preferenza sessuale (eterosessuale, omosessuale, bisessuale o prepuberale) non è in dubbio, ma l’individuo vorrebbe che essa fosse differente, a causa di disturbi psicologici e comportamentali associati” (ICD-10, Classificazione delle sindromi e dei disturbi psichici e comportamentali).
È importante che ci sia una corretta informazione su questo tipo di problematiche, o il rischio è quello di creare confusione, bufere politiche (alcuni partiti già parlavano di portare il “caso” in Parlamento – con conseguente perdita di tempo e denaro) e, non da meno, ancora più conflittualità, rabbia e omofobia.
A cura del Dottor Flavio Cannistrà
psicologo a Roma e a Monterotondo
Riferimenti bibliografici
Galimberti, U. (1999). Enciclopedia di psicologia. Torino: Garzanti.
P.S.: questo giovedì c’è l’ultimo appuntamento con “L’Aperitivo con lo Psicologo!” a Monterotondo, dal titolo: “Crisi! Panico e stress correlati al lavoro“. Lunedì 23 aprile, invece, inizia il “Corso di preparazione all’Esame di Stato in Psicologia, Roma 2012“. Per maggiori informazioni visita la pagina Eventi di questo sito.

