E’ tutto uno state of mind

Psicoterapia credenze disfunzionali

I nostri “state of mind” definiscono ciò che ci concediamo di fare o non fare.

Siamo a cena, Luigi e io. L’indomani dobbiamo tenere una giornata di formazione e adesso stiamo parlando di tutto, di qualunque cosa abbiamo voglia di condividere: ci conosciamo da poco più di tre ore, ma c’è stata subito un’ottima intesa.

Luigi mi chiede del mio lavoro di psicoterapeuta, di cosa faccio, di come lo faccio, e delle maggiori difficoltà che incontriamo.
«Sai» gli dico, «c’è un bellissimo libro sul cambiamento – Change, di Paul Watzlawick – che ha un capitolo che s’intitola “Tutto, ma non questo”».
«Che vuol dire?» mi chiede Luigi.
«Che spesso vogliamo cambiare qualcosa, ma vorremmo cambiare senza cambiare quella cosa, cambiare rimanendo gli stessi: solo che in questo caso rimanere gli stessi significa soffrire».

Luigi annuisce. «Certe volte ci freghiamo con le nostre stesse mani».
«Un sacco di volte» aggiungo.
Guarda senza guardarlo un punto accanto a me. «È tutto uno state of mind» dice. «È tutto uno state of mind».

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Mai arrendersi

depressione terapia roma

Invece di maledire il buio è meglio accendere una candela (Lao Tzu)

Nel secolo scorso venne condotto un esperimento che oggi ci risulterebbe immediatamente disumano: dei topini venivano messi in un contenitore pieno d’acqua senza possibilità d’appiglio, osservando dopo quanto avrebbero smesso di nuotare, dopo quanto, cioè, si sarebbero arresi, presi dalla disperazione. Alcuni di questi esperimenti lasciavano anche il topino completamente al buio: la resa incondizionata pare che avvenisse in pochi minuti.

Altri topini, invece, a un certo punto venivano presi dalle mani dello sperimentatore, tratti in salvo per qualche istante, e poi rimessi nel contenitore: questi ultimi nuotavano e rimanevano a galla per numerose ore, anche più di un giorno. La speranza di potercela fare li faceva insistere e andare avanti.

La crudeltà dell’esperimento fu sottolineata a più riprese da numerosi autori, alcuni dei quali tuttavia cercarono quantomeno di trarre un’osservazione in qualche modo utile da tutto ciò: l’ultima a morire non è probabilmente la proverbiale speranza, ma è la speranza che consente di essere gli ultimi a morire, o di non esserlo affatto.
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Le pause di Sigmund Freud

Psicoterapeuta Monterotondo

La tipica giornata di Sigmund Freud.

Questa immagine gira da un po’ di tempo sulla rete: è la tipica giornata di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi.

La fonte è il libro Daily Rituals. How Great Minds Make Time, Find Inspiration and Get To Work, di Mason Currey, ed è interessante vedere com’era suddivisa: sveglia alle 7, colazione, quattro ore con i pazienti, un’ora di buco, pranzo, passeggiata per Vienna, consulenze e pazienti per altre sei ore, cena e pausa, e due ore e mezza dedicate a letture e scritture.

Sapete qual è la cosa che mi colpisce di più?
Sigmund Freud faceva un sacco di pause.

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Recensioni: la mia voce ti accompagnerà

2 ottobre 2014 2 commenti
Vuoi acquistare acquistare il libro? Clicca sulla copertina!

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Titolo: La mia voce ti accompagnerà
Autore: Milton H. Erickson
Editore: Astrolabio
Anno: 1982
Costo: 14,50 €
Voto: stellastellastellastella
Difficoltà: bollinoverde

 

Molti sono stati affascinati dai metodi terapeutici innovativi, anticonvenzionali e a volte decisamente spettacolari introdotti da Milton H. Erickson, uno dei più influenti psicoterapeuti che la storia abbia mai avuto. Se vi può incuriosire un po’ questo signore particolare (amusico, aritmico, claudicante, e capace di distinguere un solo colore, il viola), capace di far aiutare un agorafobico semplicemente chiedendogli il piacere di imbucare una lettera, o di redimere un alcolista solamente indicandogli di andare a osservare i cactus (esseri viventi capaci di vivere lunghi periodi senz’acqua), allora questo libro è il libro da cui partire per conoscerlo e leggere le sue incredibili storie.
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Sai chi sei?

24 settembre 2014 2 commenti
Terapeuta Roma

Spesso non sappiamo dove andare perché non sappiamo chi siamo

La scorsa settimana ho tenuto un workshop all’interno di una grande azienda italiana. Non si parlava di clinica psicologica, ma di sviluppo e crescita lavorativa.

Però c’è una cosa che mi ha colpito: la difficoltà a definire chi siamo e cosa sappiamo fare.
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